Più “underground” di così si muore: “Voci contro vento”, l’antologia della musica alternativa

In principio fu Leo Valeriano. Musicista, attore, giornalista, insomma artista, fin dalla seconda metà degli anni Sessanta iniziò e scrivere cantare canzoni contenenti un certo impegno politico. Valeriano lavorava con il Bagaglino e il Giardino dei Supplizi, che facevano un cabaret un po’ diverso da quel tipo di cultura di sinistra egemone che soprattutto in quegli anni dominava. Tra le sue prime canzoni la famosissima “Berlin”, dedicata al dramma della città divisa in due e alle vittime uccise mentre tentavano di fuggire dal paradiso comunista. Poi Budapest, canzone struggente, in cui racconta il martirio della capitale ungherese durante e dopo la rivoluzione del 1956, stroncata nel sangue dalle truppe sovietiche e soprattutto denuncia il silenzio impaurito e grasso dell’Occidente. Ma Leo Valeriano non ha solo il merito di essere stato il primo, a destra, a dire e cantare certe cose: il suo merito è quello di aver scritto autentici manifesti non solo della canzone alternativa, ma di tutto un mondo e una comunità che inItalia in quegli anni lottava per cambiare il sistema e contemporaneamente contro il comunismo. Ad esempio “Il coraggio di dire di no”, “La domenica delle palme”, “Saigon”, che sono dei programmi ideologici delle generazioni che non si riconoscevano nella cultura imperante, che pure aveva scritto la storia, storia che però né Valeriano né i suoi successivi epigoni accetteranno. Quando Valeriano cantava “si chiamano sempre liberatori, gli assassini più forti, i nuovi vincitori…” i giovani non omologati sentivano di non essere soli, così come traevano forza dal suo “coraggio di dire di no, in un mondo che dice di sì…”. Dopo di lui vennero Michele Di Fiò e Roberto Scocco, che già ai primissimi anni Settanta cantavano le loro canzoni di proteste nazionalrivoluzionarie. E intendiamoci, era vera musica “underground”, perché se è vero che il termine si riferisce a un messaggio sotterraneo per poche persone, beh, è esattamente quello che capitò alla cosiddetta musica alternativa, che non superò mai le poche migliaia di fruitori. E in quegli anni arrivarono tutti gli altri della prima ondata, gli Zpm, la Compagnia dell’Anello, Fabrizio Marzi, gli Janus, gli Amici del Vento, Loris Lombroni, gli Atellana, la Compagnia di nuovo canto popolare, Andreina e molti altri. Chiusero questa prima ondata Massimo Morsello, Massimino, e i 270 bis, più tardi rispetto agli altri, ma appartenenti allo stesso filone ideologico.

Per capire cosa fosse davvero la musica alternativa, ecco la prima strofa di una celebre canzone degli Zpm, il gruppo padovano tra i primi a formarsi: “Queste sono canzoni diverse,
 non sono canzoni alla moda,
 canzoni di mercato o di protesta,
 queste sono forse un grido,
 un grido disperato, un grido di giustizia”: appunto, una voce controvento. E “Voci contro vento” è il titolo del libro appena uscito per le edizione Fergen sulla storia della musica alternativa, scritto a più mani da Federico Gennaccari, Claudio Volante e Guido Giraudo, la più completa opera mai uscita su quel fenomeno che rappresentarono i cantautori e i gruppi alternativi. Il sottotitolo spiega bene di cosa si tratta: “Storia e canzoni della musica alternativa dal 1965 al 1983. Il volume, di 496 pagine, contiene un cd con 150 canzoni.

Il tema è trattato accuratamente, grazie anche all’archivio storico di Lorien, che ha permesso di recuperare tutta una storia che è arrivata sino a noi praticamente in semiclandestinità, con musicassette e registrazioni avventurose. Sì, perché quasi nessuno di quegli artisti era iscritto alla Siae, non c’è traccia di loro molti concerti e poi hanno inciso pochi dischi. Non interessava loro entrare nello star system, perché in qualche modo voleva dire aderire allo logica del “sistema” e farsi stritolare. È vero che non tutti erano bravissimi, ma la passione suppliva all’imperfezione tecnica e poi erano i contenuti che contavano, però è altrettanto sacrosantamente vero che se alcuni di quegli artisti non fossero stati “fascisti”, avrebbero avuto il successo che hanno avuto molti cantautori allineati e coperti a sinistra. E non è un’esagerazione: se uno come Guccini avesse cantato “Come” di Michele Di Fiò, o se gli 883 avessero inciso “Rock”, dello stesso autore, o se Edoardo Bennato avesse portato sul palco “Il bando” degli Zpm, o ancora, se Fabrizio De André avesse cantato una delle canzoni del suo omonimo Marzi, ad esempio “uno uomo da perdere”, certamente sarebbero stati dei grandi successi. Così, invece, sono passate in silenzio, underground, appunto, e i loro autori non sono mai potuti emergere come avrebbero meritato, sempre per colpa di quella tara originale, di quel vizio capitale, di quel difetto di fabbrica: non essere di sinistra. Rimane loro la consolazione di aver accompagnato generazioni di militanti e di attivisti nella loro dura battaglia nel tentativo – fallito? – di migliorare un po’ questa “cara, vecchia, società”, per dirla con Di Fiò…