Pdl, Alfano sostiene tesi giuste ma nel momento sbagliato

È certamente ambizioso l’obiettivo dichiarato dai cosiddetti innovatori del Pdl, quelli dell’ala governista, di preservare l’unità del partito spostandone il centro di gravità permanente dal corpo del leader ad un sistema di regole condivise in grado di garantire e di condurre a sintesi il confronto interno. Almeno questo è quanto emerso da recenti dichiarazioni di esponenti di quest’area come Quagliariello, Lorenzin e Sacconi. Facile a dirsi, molto più difficile a farsi senza modificare geneticamente il Pdl. Finora il centrodestra italiano, sia in versione coalizzata sia come partito unitario, ha sempre cercato e trovato in Berlusconi il punto di convergenza. Esponenti provenienti da mondi e culture tra loro diversissime, se non addirittura opposte, hanno elaborato nel carisma berlusconiano una nuova identità sintetizzabile nel binomio bipolarismo-libertà, quest’ultima intesa come libertà dall’oppressione fiscale, statalista, giudiziaria. È perciò fin troppo evidente che nello stesso momento in cui gli “innovatori” provano a spostare il baricentro della convivenza interna dal magnetismo della leadership ad un sistema di regole o a prassi condivise, essi finiscono per sovvertire – non sappiamo quanto consapevolmente – l’ordine stesso su cui è fondato il Pdl.
Non è solo per esigenze tattiche che in queste ore Alfano è tornato sulla necessità di celebrare le primarie per individuare la nuova leadership, ricevendone in cambio uno sdegnato “no” dalla componente “lealista”. Lo scorso anno, il tema delle primarie tenne banco per settimane per poi finire spazzato via dall’imperioso ritorno in campo del Cavaliere, oggi interdetto e ad un passo dalla decadenza da senatore. È la differenza tra un anno fa ed oggi. E scusate se è poco. In qualsiasi altro partito – quand’anche caratterizzato da una leadership indiscussa – una situazione come quella che affligge il Pdl vedrebbe la classe dirigente impegnata a trovare un successore e non a scongiurare ossessivamente la successione. La normalità non abita qui, evidentemente.
Comunque sia, lo scontro tra “lealisti” ed “innovatori” si sta attestando lungo una linea di faglia che porta direttamente alla forma partito e quindi ad una diversa idea di politica. A dividerli non è più o non è tanto l’atteggiamento da tenere nei confronti della legge di Stabilità quanto quale forma dare al Pdl all’indomani della decadenza del leader. Guai, però, a tagliare con l’accetta. Politici esperti e scafati come Fitto sanno fin troppo bene che tornare allo spirito del ’94 non significa ringiovanire di vent’anni. Se sono attestati su un’acritica difesa della leadership non significa che non ne intravedano i limiti e le debolezze. Più semplicemente, ritengono che nelle condizioni date sia ancora l’unica in grado di garantire un margine di agibilità al centrodestra. In realtà, al netto di posizioni francamente inguardabili e prive di dignità politica, nella narrazione dello scontro interno al Pdl le sfumature prevalgono sulle rigide ed interessate ricostruzioni in bianco e nero tipico. Il tema di un partito capace di sopravvivere al fondatore interessa sia Fitto sia Alfano. Il primo però ritiene che oggi si debba produrre il massimo sforzo per tenere quanto più protetto possibile il carisma del leader mentre il secondo è convinto che ogni minuto trascorso senza organizzare il fatidico “dopo” equivalga a scavare la fossa al partito. Hanno entrambi ragione. Ma è la posizione di Fitto ad incrociare il maggior consenso della base perché viene percepita come quella più gradita al Berlusconi, il cui magnetismo sull’elettorato è ancora fortissimo. Circostanza, questa, che per contrasto autorizza a ritenere che la posizione di Alfano sia la più coraggiosa. Ma il coraggio non può essere assenza di calcolo. L’esistenza di una leadership tuttora capace di mobilitare milioni e milioni di elettori è un elemento del contesto. Non va trascurato né minimizzato. Inutile essere nel giusto nel momento sbagliato. La politica è come la musica: il tempo è tutto.