Moody’s sgonfia le stime del governo: nel 2014 crescita sotto l’1% e più disoccupati

Quell’1- 1,1 per cento di crescita economica per il 2014  stimato da Letta e Sacomanni proprio non convince nessuno tra gli osservatori nazionali e internazionali. Prima è intervenuto l’Istat a rilevare che, secondo le sue previsioni, la crescita sarà dello 0,7. Poi è arrivata la Commissione di Bruxelles.  Ora ci si mette anche Moody’s, che si aspetta, sì,  un ritorno della crescita in Italia dopo due anni di recessione (in un clima globale «meno incerto»),  ma lo stima fra zero e l’1 per cento, quindi si tratta di cifre quanto mai aleatorie  e comunque tendenzialmente in ribasso rispetto alle percentuali secche del governo.  E non basta, perché l’agenzia di rating prevede anche una  crescita della disoccupazione, attesa fra 12 e 13% . Moody’s invia anche un segnale vagamente minaccioso ai governi: l’Eurozona corre un «rischio considerevole» di una «ulteriore escalation della crisi se il sostegno ai programmi di austerità scendesse ancora». Secondo l’agenzia si tratta dei rischi «non trascurabili» che in Italia e Grecia «i partiti anti-euro prendano il potere con un programma di uscita dall’euro».

Dati in chiaroscuro anche nel rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia.  Via Nazionale  rileva certamente che  «ci sono segnali qualitativi di miglioramento del quadro macroeconomico». Nello studio si citano  diversi indicatori quali «l’arresto dal calo della produzione», «il miglioramento dei conti con l’estero» e l’attenuazione della debolezza del mercato immobiliare.  Ma uno dei maggiori ostacoli a una crescita più sosteuta della nostra economia continua a venire  dal credito alle imprese che rimane asfittico e insufficiente. Per le banche è ancora più redditizio investire in titoli di Stato che prestare alle imprese viste le forti sofferenze sul credito. Più in generale,   Banca d’Italia ritiene che «nell’area dell’euro il rischio principale resta il riavviarsi di una spirale negativa tra fragilità dell’economia, crisi dei debiti sovrani e vulnerabilità delle banche».