Richiesta di pena di morte per i due marò? Il governo non conferma ma assicura: «Pronti alle contromosse»

Un’altra notizia choc dall’India sul caso Marò, annunciata e poi smentita da Nuova Delhi. La polizia indiana Nia, infatti, secondo quanto riportato da The Hindustan Times,  avrebbe presentato un rapporto in cui accusa i due fucilieri italiani in base a una legge che prevede la pena di morte. Gli investigatori avrebbero consegnato lunedì al ministero degli Interni la richiesta di perseguire i due militari trattenuti in India in base al “Sua Act” che reprime la pirateria marittima con la pena di morte «nonostante le ripetute richieste pressanti del ministero degli Esteri di trattare il caso con capi di imputazione che prevedono pene più lievi». La Nia ha risposto oggi con un no comment alla richiesta di confermare l’esistenza del rapporto, poi il vice-ispettore Vikraman ha finito per alimentare il giallo dicendo di non poter commentare. Una fonte diplomatica ha tuttavia ricordato che «la decisione finale spetta al giudice che dovrà formulare i reali capi di accusa» a carico di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Lo scorso aprile, il ministro degli Esteri Salman Khurshid, infatti, si era impegnato con l’Italia sostenendo che il caso dei marò non rientrava fra quelli «rari tra i più rari» che prevedono l’applicazione della pena di morte.

Se il colpo di teatro della polizia indiana fosse confermato, l’Italia non starà a guardare. «Siamo pronti a ogni evenienza con mosse e contromosse», ha detto Staffan de Mistura, inviato del governo per la vicenda dei marò, commentando la notizia. «Come difesa abbiamo in ogni caso il diritto di vedere il rapporto ed eventualmente di contestarlo». L’inviato esclude qualsiasi automatismo e aggiunge che spetta comunque al giudice analizzare il rapporto della polizia e «valutare se ha sostanza, se non ne ha alcuna, o ancora se va ridimensionato». Intanto Nuova Delhi, per bocca del portavoce del governo Syed Akbaruddin,  ha ribadito la propria posizione secondo la quale il caso dei soldati italiani trattenuti in India «non rientra tra quelli  punibili con la pena di morte». L’assurda tesi della Nia che rischia di complicare ulteriormente l’auspicato ritorno in patria dei due marò è riassunta così da un responsabile della polizia indiana: la nostra logica è che uccidendo i pescatori, i marò  hanno commesso un atto che ha messo in pericolo la navigazione marittima. Oltre ala follia di equiparare i nostri connazionali a “pirati”, tirare in ballo la “Sua Act” sarebbe una  violazione della promessa fatta da Khurshid che dovrebbe avere il valore di una garanzia di uno Stato sovrano. Dovrebbe.