Marò, arriva un annuncio choc dall’India: la polizia non esclude la richiesta di pena di morte

Un’altra notizia choc dall’Indiac sul caso Marò, annunciata, smentita e alla fine confermata. La polizia indiana Nia, infatti,  ha presentato un rapporto in cui accusa i due fucilieri italiani  in base a una legge che prevede la pena di morte. Lo rivela The Hindustan Times documentando che gli investigatori avrebbero presentato lunedì al ministero degli Interni la richiesta di perseguire i due militari in base al “Sua Act” che reprime la pirateria marittima con la pena di morte «nonostante le ripetute richieste pressanti del ministero degli Esteri di trattare il caso con capi di imputazione che prevedono pene più lievi». La Nia prima ha risposto oggi con un no comment alla richiesta delle agenzie italiane di confermare l’esistenza del rapporto. Consultato telefonicamente dall’Hindustan Times, il vice-ispettore Vikraman ha detto soltanto: «Non posso commentare. Non sono in una posizione per poterlo fare». Parlando con l’Ansa una fonte diplomatica ha tuttavia ricordato che «la decisione finale spetta al giudice che dovrà formulare i reali capi di accusa»  a carico di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Il giornale sottolinea, inoltre, il forte contrasto esistente tra gli Esteri e gli Interni sulla vicenda. Lo scorso aprile, il ministro degli Esteri Salman Khurshid, infatti, si era impegnato con l’Italia sostenendo che il caso dei maro non rientrava fra quelli «rari tra i più rari» che prevedono l’applicazione della pena di morte. Lo stesso ministero degli Interni aveva modificato un suo ordine alla Nia rimuovendo il riferimento al ”Sua Act”.

L’incidente della Enrica Lexie è avvenuto a 20,5 miglia nautiche al largo delle coste del Kerala, oltre quindi le acque territoriali indiane ma all’interno della cosiddetta ”zona di interesse economico esclusivo”. L’assurda tesi della Nia che rischia di complicare ulteriormente l’auspicato ritorno in patria dei due marò è riassunta così da un responsabile della polizia indiana: la nostra logica è che uccidendo i pescatori, i marò  hanno commesso un atto che ha messo in pericolo la navigazione marittima. Tirare in ballo la “Sua Act” sarebbe una  violazione della promessa fatta da Khurshid che dovrebbe avere il valore di una garanzia di uno Stato sovrano. Dovrebbe.