Lo “spettro” di Fini terrorizza il Pdl. Ma Alfano non se ne può completamente distaccare

Uno spettro si aggira dalle parti del Popolo della Libertà, quello di Gianfranco Fini. L’ex-cofondatore del Pdl è assurto ormai a simbolo del tradimento mal riuscito, dello strabismo politico, del disorientamento ideologico. Nato a destra e “morto” al centro dopo aver occhieggiato a sinistra. Normale quindi che Berlusconi ne rievochi l’ingloriosa parabola a chiunque osi mettere in dubbio la sua leadership o azzardi a discostarsi dal suo pensiero. Ancor più normale, dunque, che nel salotto di Maria Latella, a Sky Tg24, Angelino Alfano si sia affrettato a spiegare che “Fini è la causa della crisi del centrodestra”. Una dichiarazione in apparenza decisamente tranchant ma che invece merita di essere sminuzzata perché rivelatrice di uno stato d’animo complessivo delle cosiddette colombe guidate proprio da Alfano.

In quelle parole c’è, innanzitutto, il riconoscimento della “crisi”.  Finora, l’incandescente clima interno è stato dapprima negato in nome di un’inossidabile unità e poi derubricato a vivacità dialettica. Mai era stato però classificato come stato di difficoltà. E non è poco. Ma veniamo a Fini. Additarlo ancora oggi come “causa” della crisi, nonostante le consultazioni politiche di febbraio lo abbiano elettoralmente azzerato, equivale a riconoscergli un ruolo che va ben oltre il numero di truppe parlamentari che nella scorsa legislatura decisero di seguirlo nella sua avventura. Probabilmente, nelle parole di Alfano coesistono la necessità di esorcizzarne il fantasma e l’inconfessabile desiderio di riconoscerne eventuali ragioni. Quasi a dire: “Fini ha eseguito nel modo peggiore una giusta causa”. Quale? La stessa che oggi sta portando lui e le sue “colombe” ad ingaggiar battaglia sulla democratizzazione del partito estraendolo dall’involucro carismatico in cui si è adagiato a seguito delle frequenti defezioni o espulsioni che hanno fin qui segnato la storia del centrodestra italiano: Bossi, poi Follini, Casini e quindi Fini, tanto per limitarci alle personalità più note.

Ora è il turno di Alfano, il primo – e qui sta la novità – a tentare l’assalto al cielo con il logo di Forza Italia impresso sulle alette. Ci riuscirà? Quando l’obiettivo si chiama Berlusconi ogni pronostico è inutile. Dalla sua, tuttavia, qualche atout lo possiede anche l’ex-delfino, a cominciare dal tempo che lavora per lui. Ma non basta: organizzativamente ha bisogno di innervarsi sul territorio e politicamente non deve lasciare margini di ambiguità su alcune questioni ormai patrimonio identitario del centrodestra come il bipolarismo, il rispetto della volontà popolare, la riforma della Costituzione, ivi compresa quella della giustizia.

Concedendo solo per un attimo alla storia di fondarsi su ipotesi, si potrebbe tranquillamente sostenere che se Fini avesse trattenuto il suo Fli nel ruolo di “terza gamba” della maggioranza – e c’era già la disponibilità in tal senso del Cavaliere – oggi il centrodestra navigherebbe in ben altre acque. Questo significa – ed Alfano mostra di averlo ben compreso – che le motivazioni sottese alla battaglia odierna riusciranno ad imporsi anche presso quote non piccole di elettorato solo se le “colombe” non le annacqueranno nel tatticismo poltronista o nella palude neocentrista. Del resto, l’errore di Fini è stato quello di credere di poter azzerare Berlusconi “uccidendo” il berlusconismo. Ma fu un’illusione. Le ragioni della “discesa in campo” del ’94 sono tuttora intatte e sopravviveranno al loro demiurgo. Per questo si illude anche chi pensa di assecondarle riappiccicando ai muri il simbolo di Forza Italia nell’inutile tentativo  di far restituire lucentezza a ciò che è ormai scurito. Al punto in cui è giunto, Alfano sa che deve fare l’esatto contrario: salvare lo spirito del berlusconismo “uccidendone” la lettera, cioè la sua rappresentazione formale ed esteriore. E questo è il suo comprensibile tormento.