L’Italia agonizza. Le promesse del governo smentite dall’Istat. Saremo più poveri e senza lavoro. Grazie anche all’Ue

Non so da che cosa il governo tragga motivi di cauto ottimismo sullo stato dell’economia. I dati sono altamente preoccupanti. Le previsioni per il prossimo anno sono peggiori delle più pessimistiche previsioni che si facevano qualche mese fa. Il Pil nel 2013 è stato – 1,8%, in piena decrescita; la prospettiva del 2014 che secondo l’esecutivo avrebbe dovuto superate l’1%, sarà, secondo le stime dell’Istat, nella migliore delle ipotesi, +0,7%. La disoccupazione, invece, crescerà dal 12,1 al 12,4 con inevitabili riflessi su quella giovanile che oggi è oltre il 40%, l’anno venturo non sappiamo a quanto arriverà.

Sono numeri impressionanti che ci fanno capire due cose: la prima è che nessun governo ormai è capace di fare da solo, nel senso che privo di sostegni internazionali adeguati che implicano contropartite politico-finanziarie esose si è destinati alla marginalità ed alla sopravvivenza; la seconda è il fallimento conclamato delle esperienze di Monti e di Letta, il secondo meno del primo perché dalle mani del Professore ha raccolto una situazione disastrata, checché i tecnocrati cercavano di farci credere. Entrambi sono figli (a loro insaputa?) di un’economia europea che non tira, ingabbiata in parametri che non possono essere rispettati se non dalla Germania che campa sull’eredità del cambio favorevole dell’euro, priva di una solida politica produttiva incapace di sfidare i mercati orientali, gli emergenti e perfino quello americano che pure non vive momenti felici.

Non una sola riforma strutturale favorevole al sollievo delle famiglie e delle imprese è stata messa in campo dal governo Monti, mentre quello che l’ha seguito sembra imbambolato nell’attesa messianica che qualcosa cambi  senza fare nulla: è come se aspettasse una sorta di apparizione della formula magica per risolvere i problemi che stanno asfissiando gli italiani. Le tasse non caleranno; la persecuzione fiscale diventando sempre più insostenibile fino al punto di limitare la libertà e la privacy dei cittadini; le piccole e medie imprese chiudono al punto che i giornali non riescono più a documentare la falcidie in atto; di conseguenza si dilatano la disoccupazione e la disperazione. Per ogni esercizio che abbassa le saracinesche ci sono lavoratori che non troveranno più un posto. E se sono cinquantenni o giù di lì devono reinventarsi la vita senza sapere come fare. Una situazione esplosiva di fronte alla quale le querelle partitiche che riempiono le pagine dei giornali non fanno più ridere, ma accentuano la rabbia.

Mentre il lavoro si volatilizza ed il fisco diventa oppressivo, a chi gliene frega qualcosa delle paturnie che agitano il Pdl e dell’incasinamento, ormai istituzionale visto che si ripete ad ogni occasione, delle primarie del Pd o dello squagliamento di Scelta civica e perfino del logoro copione che mandano in scena ogni giorno i grillini?

L’Italia agonizza. E la politica si balocca maneggiando aggeggi inservibili. Si dirà che non è colpa soltanto delle classi dirigenti nostrane. E’ vero. L’Europa e le istituzioni sovranazionali hanno la loro parte di responsabilità. Ma perché se si prova ad accusarle, a metterle in discussione, ad imputare loro atteggiamenti e manovre che aggravano la condizione del nostro Paese, come di altri del resto, si viene definiti   “populisti”? E se ci si permette di criticare le leggi di stabilità, i provvedimenti economici palesemente inadeguati perché si deve passare per demagoghi?

Domande che per adesso non trovano risposte. Chi saprà darle pensiamo che avrà le chiavi dell’avvenire.