L’appello di un padre ai giudici: non posso essere un genitore part-time

«Non sono un violento, amo mia figlia ma riesco a vederla soltanto due pomeriggi a settimana  e un week end sì e uno no con orari allucinanti. Non voglio essere un padre part time». Marco è un professore e da anni il suo è un lungo peregrinare per l’Italia: “fuggito” dalla Toscana, dopo aver perso il lavoro, è sbarcato a Palermo, e poi è risalito piano piano verso il Nord, finendo prima in Emilia Romagna e poi in Umbria dove vive con la sua nuova moglie. Un lungo viaggio con l’unico obiettivo di riavvicinarsi alla sua bimba che a causa di una separazione, trasformata in annullamento del matrimonio e non in divorzio, ha prodotto un’infinità di dolore. La sua storia è una sorta di Guerra dei Roses fatta soprattutto di carte bollate, giudici, assistenti sociali, medici e avvocati. Marco ha voluto raccontarla al Secolo d’Italia nella speranza che qualcosa possa cambiare nella sua vita e soprattutto in quella della sua bimba. È arrivato in redazione con un plico enorme pieno di fascicoli, sentenze, pareri e perizie. E lettere e poesie di sua figlia. «Voglio vivere la mia genitorialità in modo pieno», ha ripetuto in continuazione. Quello che lui ha definito un “incubo”  è iniziato nel 2003 con un matrimonio finito, anzi annullato per “immaturità dei nubendi”, discussioni tra gli ex coniugi e una figlia di sei anni e mezzo finita in istituto. Ora la piccola ne compirà dieci a dicembre, ma dopo tanti anni la vicenda è ancora lontana dall’epilogo. «La bambina – ha detto – è residente nella casa della madre nonostante chieda di vivere con me. Vorrei che venissero modificate le condizioni di visita, vorrei vivere normalmente con lei. Non si può crescere una figlia con l’orologio in mano». Marco ha tirato fuori dal suo plico anche tantissime lettere di stima e di affetto che i professori e le famiglie dei suoi alunni gli hanno scritto ogni qualvolta ha lasciato la scuola per trasferirsi altrove. Ma quando ha mostrato una poesia della bimba e ha cominciato a leggerla non ha più smesso di piangere. «Caro papà, se sapevo che eri così importante sarei nata prima. Almeno cento anni fa. Quel bacio silenzioso che mi dai la sera, mi ha fatto sospettare che mi ami sopra ogni cosa…». E poi ha tirato fuori dal cilindro della sua borsa una lettera inviata al tribunale dei minori: «Premetto che non ho più l’avvocato e non lo voglio perché non me lo posso permettere… ma spero che dopo questa lettera le cose cambino moltissimo e in positivo».