La stagione delle leadership “forti” si sta concludendo. Il centrodestra sia pronto alla nuova fase

C’erano una volta le forti leadership del centrodestra italiano… Potrebbe cominciare così il capitolo più attuale della storia della coalizione che ha sorpreso, vinto e governato a più riprese negli ultimi venti anni. Una delle caratteristiche del centrodestra europeo è proprio la forza delle sue leadership, come dimostra la storia degli ultimi decenni. Da Chirac a Sarkozy in Francia, da Kohl alla Merkel in Germania, da Aznar a Rajoy in Spagna, dalla Thatcher a Cameron in gran Bretagna. In Italia il Polo delle libertà poi divenuto Casa delle libertà ha visto la luce con leadership molto forti. Berlusconi è stato talmente leader di Forza Italia da subire l’accusa di aver costruito un “partito personale” o addirittura un “partito-azienda”, Fini era così forte alla guida di Alleanza Nazionale da esserne considerato il padre-padrone, Bossi disponeva della Lega come se fosse una sua cosa personale, tanto da incappare negli eccessi familiari che ne hanno determinato la crisi, e anche Casini faceva il bello e il cattivo tempo nel suo partito, promuovendo i fedeli ed emarginando chi si metteva di traverso. A guardare adesso questa fotografia delle leadership del centrodestra italiano sembra passato un secolo, anche se tutto è accaduto nel giro di pochissimo tempo. Berlusconi tra poche settimane sarà fuori dal Parlamento e la sua guida è messa in discussione perfino dai ministri che lui stesso ha nominato appena sei mesi fa, Fini non ha più un partito da guidare, Bossi per esistere politicamente deve candidarsi alla segreteria della Lega contro altri otto colleghi di partito e Casini si è isolato anche da Monti e dal terzo polo che pensava fosse la sua zattera di salvataggio.

Della stagione delle leadership non resta nulla, dunque, e tutto lascia immaginare che le fasi finali di questa parabola discendente saranno ancora più traumatiche. Lo scontro Berlusconi-Alfano segna la fine di una storia già scritta, nel corso della quale già si era consumata la rottura con Fini, Tremonti, Casini e altri. Quello che colpisce ancora di più è lo stallo in casa della Lega, con Bossi messo sullo stesso piano di tanti altri candidati alla segreteria, cosa inimmaginabile fino a qualche anno fa, quando con una frase cacciava dal partito gente come Irene Pivetti o come lo stesso Maroni, poi perdonato e promosso ad essere l’uomo di governo del Carroccio. Con la fine delle leadership adesso il centrodestra ha due possibilità, una negativa e una positiva. La prima è la polverizzazione e la scomparsa, come purtroppo profetizzò Indro Montanelli analizzando il futuro del berlusconismo, mentre la seconda è il passaggio dalla leadership forte del singolo alle leadership plurali, dal partito personale al partito strutturato con regole chiare, come sono stati in passato Dc e Pci, due grandi partiti della prima Repubblica. Se prevarrà la prima ipotesi l’Italia potrebbe restare senza la destra per altri venti anni, come accadde durante il fascismo; se invece nasceranno partiti plurali il centrodestra potrebbe stabilizzarsi come in Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna, a prescindere da chi guiderà le forze politiche in quel determinato momento.