La “rivoluzione” di Lady Gaga si ferma in Russia: denunciata per propaganda gay

Al di là del repertorio musicale, di lei si ricorda quando, durante il tour, iniziò a fumare marijuana affermando che avrebbe parlato con Obama «delle sue meraviglie mediche», provocando un putiferio (tutto fa spettacolo e pubblicità). Lady Gaga non si è smentita nemmeno in Russia, dov’è andata con l’ìntento di scatenare l’inferno. Ma le è andata male, perché non tutti sopportano la sua propaganda. Fatto sta che un giudice di pace di San Pietroburgo ha inflitto una multa di ventimila rubli alla società Planeta plus per le affermazioni filo gay dell’artista, in un concerto organizzato dalla stessa società il 9 dicembre scorso nell’antica capitale degli zar. «Questo notte la mia casa è la Russia e potete essere gay a casa mia», aveva detto la star davanti agli spettatori, violando così la legge russa contro la propaganda gay in presenza di minori. A presentare denuncia, in particolare, la madre di una tredicenne che aveva assistito al concerto. Il capo di Planeta plus ha commentato dicendo che la sua società non si riconosce colpevole e presenterà appello. Lady Gaga ci sarà rimasta male perché gli artisti hanno il vizio di sentirsi santoni politici –anche noi ne abbiamo a iosa, da Celentano a Benigni, tanto per citare i casi più famosi  – e si fanno forti avendo sempre un pubblico disposto ad ascoltarli, magari per un autografo. E non amano essere contraddetti. Lei, però, dovrebbe quantomeno sapere che una cosa è l’omofobia, cosa ben diversa è invece la propaganda gay tra i minori, anche perché non c’è alcun motivo di farla. È come se si pretendesse la propaganda atea tra i minori di famiglie religiose o quant’altro. Ma a Lady Gaga basta far baccano, Non a caso mise in scena, agli Mtv, la sua sanguinolenta morte, finendo con l’appendersi a una corda penzolante. Non a caso si presentò sul palco indossando un abito interamente fatto di carne bovina. Non è neppure la prima volta che crea la notizia sugli omosessuali: partecipò all’evento National Equality March e se ne andò con un esultante «Sia benedetto Dio e i gay», per poi descrivere gli omosessuali «rivoluzionari dell’amore». Ma per la sua rivoluzione ha scelto il luogo sbagliato, perché a San Pietroburgo partì un’altra rivoluzione. E  i russi, da allora, ne hanno piene le tasche.