La farsa della decadenza diventa una tragedia: dalla possibile pacificazione al conflitto permanente

Come tutte le fasi storiche che si chiudono anche questa che vede drammaticamente calare il sipario su un’esperienza politica che, comunque la si voglia giudicare, ha segnato in maniera indelebile la vita italiana negli ultimi vent’anni, si porterà dietro a lungo strascichi polemici, inimicizie forse insanabili e la rottura infinitamente più preoccupante di tutto il resto di un clima di pacificazione al quale si stava faticosamente pervenendo dopo la rielezione di Giorgio Napolitano e la costituzione del governo Letta.

Silvio Berlusconi non lo si cancella con un voto parlamentare, per essere chiari. E mai come in questa occasione doveva essere la politica ad agire per il meglio in vista della realizzazione di quel “bene comune” che ieri pomeriggio si è come dissolto nell’Aula di Palazzo Madama. Ritenere che la decadenza azzeri un uomo, un movimento, un elettorato comunque consistente è follia allo stato puro. Si è trattato di una messa al bando decretata da un organismo politico che ha applicato più che la legge, il risentimento. Pensate che cosa sarebbe accaduto se i voti disponibili ad evitare la cacciata di Berlusconi fossero stati più di quelli che ne sostenevano la decadenza: anche in questo caso si sarebbe trattato di un verdetto politico, di parte. Insomma, non si abbatte un nemico per decreto parlamentare. Questo insegna la legge Severino e su questo tutti quelli che l’hanno votata dovrebbero riflettere.

Ormai non c’è più tempo per piangere sul latte versato. Bisogna guardare oltre. E, francamente, non riusciamo a scorgere  granché oltre la nebbia che è scesa sull’Italia da ieri. Chi ritiene il conflitto innescato da un voto di maggioranza, irresponsabile quanto incivile, frutto di irrigidimenti pretestuosi e di cambi in corsa delle regole del gioco (il voto segreto negato, innanzitutto), possa placarsi in pochi giorni non ha capito nulla. E, soprattutto, s’illude che Berlusconi sia finito.

Per quanto provato e stretto dal legittimo timore che qualche toga zelante bussi alla sua porta ancora una volta, il Cavaliere è più deciso che mai a non arrendersi. E ciò vuol dire difendersi: dovranno riconoscerlo anche coloro che gli si oppongono poiché fino a quando avrà un consenso considerevole nel Paese egli continuerà ad essere un protagonista della vita politica nazionale. Piaccia o meno questa è situazione. Che maggiormente balzerà evidente agli occhi di chiunque quanto più gli effetti della maggior tassazione degli italiani contenuta nella Legge di Stabilità produrrà effetti devastanti su singoli, famiglie ed imprese.

Si salderà allora – a dispetto di un’Europa cieca e sorda – l’alleanza involontaria di tutte le opposizioni. E si avrà un bel gridare al “populismo” (ma chissenefrega e soprattutto: qualcuno si è forse interrogato seriamente su questa categoria  svillaneggiata che da quasi due secoli attraversa la politica e la nutre perfino?) quando il conflitto sarà evidente e le possibilità di dialogo inesistenti.

Immaginare adesso una tregua  è demenziale. La competizione con il passare delle settimane diventerà sempre più ruvida e si accenderà in prossimità delle elezioni europee se non di quelle politiche anticipate qualora il fragile castello delle “piccole intese” dovesse crollare. Allora ci si ricorderà della decadenza, di questi mesi febbrili, delle irresponsabili manovre per ridurre l’Italia ad una terra di nessuno. E, forse, senza dignità, qualcuno piangerà lacrime amare. Sempre che abbia una coscienza che glielo imponga.