La decadenza, uno strumento di vendetta politica. Oggi tocca a Berlusconi, domani potrebbe colpire chiunque. Così il sistema si suicida

La decretazione della decadenza di un parlamentare per via politica è l’atto più vile che una meschina classe di oligarchi può perpetrare ai danni dell’avversario. Il solo fatto di aver concepito una misura del genere per chi ha subito una  condanna afflittiva non per fatti di sangue non sappiamo se definirla più stupida o indecente. Il Parlamento sbagliò clamorosamente (tranne pochissime eccezioni che non avallarono lo scempio) a votare la legge delega al governo che comprendeva la misura che oggi fa inorridire il centrodestra (e non soltanto, crediamo). L’eliminazione del “nemico” sanzionata da un voto è roba che non appartiene alle democrazie occidentali e mai la si è invocata in questo lunghissimo dopoguerra neppure per reati molto più infanti dei quali tanti rappresentanti del popolo hanno fatto parte delle Assemblee legislative pur gravati da orrendi delitti. La decadenza, sia chiaro – e lo ricordiamo agli immemori –  è prevista nel nostro ordinamento, almeno fino ad oggi, soltanto in applicazione di una sentenza della magistratura che nel decretare l’interdizione dai pubblici uffici di fatto – e dunque senza neppure il bisogno della determinazione della Camera di appartenenza , che infatti si riduca a “presa d’atto” – espelle il deputato o senatore ritenendolo evidentemente “indegno”. Ma perché aggiungere a questa previsione di legge fin troppo ovvia un’aggravante come la cacciata per via politica, dunque numerica, dunque “non oggettiva” di chicchessia dal consenso al quale è stato eletto regolarmente dal popolo sovrano?

Berlusconi tra qualche mese, così come stabilito dalla sentenza della Cassazione, avrebbe cessato le sue funzioni parlamentari per scontare la pena che gli è stata inflitta. Era necessario che ad essa si aggiungesse la decadenza dall’incarico nell’attesa che venga eseguita la disposizione giudiziaria? Non lo crediamo affatto. E’ una vendetta, orchestrata dal Pd, per togliere di mezzo un uomo che per via elettorale in vent’anni la sinistra non è mai riuscita a piegare.

Non è semplicemente questione di “retroattività”  della Legge Severino sulla quale ci si deve soffermare, ma di illegittimità politica, dal punto di vista della democrazia sostanziale dunque, di una normativa (alla cui approvazione pure il Pdl diede il suo fondamentale apporto: se non l’avesse votata un anno fa  non saremmo a questo punto) che espelle dalla vita parlamentare chicchessia a maggioranza. Se in seno alla Giunta delle elezioni del Senato i rapporti di forza fossero stati diversi, Berlusconi sarebbe stato dichiarato decaduto? Evidentemente no. Allora, come si fa a negare che si è di fronte ad un chiaro provvedimento politico, punitivo ben oltre ogni immaginazione, di un uomo che, a prescindere dai consensi che raccoglie, è comunque stato condannato e tanto basta, in applicazione della norma che lo prevede e della sentenza che lo statuisce, affinché lasci il suo scranno senza dover subire l’onta dell’allontanamento coatto?

E’, dunque, l’istituto della decadenza in sé che non regge. E se si fosse adita la Corte costituzionale qualcuno veramente crede che il risultato sarebbe stato diverso? Ma non prendiamoci in giro. Il Parlamento ha avuto circa tre mesi per operare sul piano legislativo al fine di una modifica sostanziale della Legge Severino che oggi colpisce Berlusconi e domani può abbattersi su qualunque altro politico, e non l’ha fatto, dimostrando un chiaro intento persecutorio nel privare dello scudo parlamentare un senatore esposto a tutte le intemperie che dovessero provenire dalle procure italiane.

La politica non è soltanto debole, come si usa dire. E’ soprattutto autolesionista. E questo è un problema che non riguarda esclusivamente Berlusconi.

Altro che grazia! Ci vorrebbe un miracolo per risanare le ferite che il sistema dei partiti si è procurato da solo in vent’anni, dalla sostanziale cancellazione dell’articolo 68 della Costituzione alla mancata riforma della giustizia, all’immane scandalo tenuto in piedi delle intercettazioni telefoniche.

Adesso è tardi. Ognuno faccia i conti con la propria coscienza.