L’8 dicembre sarà il trionfo di Renzi. Ma anche l’inizio del suo declino

L’attesa “incoronazione” di Renzi  come segretario del Pd il prossimo 8 dicembre rappresenterà sicuramente la prima grande vittoria politica del sindaco di Firenze, ma potrebbe anche rappresentare  l’inizio di un processo di declino, per lui e per il suo partito. È come il sole allo Zenit: al massimo della sua ascesa, ma anche nell’attimo che precede l’inizio della discesa. Opposta appare invece la situazione del centrodestra. Sembra notte fonda: un leader condannato dalla Cassazione e che si appresta a passare sotto le forche caudine del voto al Senato sulla sua decadenza come parlamentare; un partito,  il Pdl, che si è scisso in due tronconi; una destra divisa che cerca di ritrovare il suo naturale bacino politico ed elettorale. Eppure, sempre più chiara è la percezione che, per il centrodestra,  il peggio sia passato e che la scissione dei giorni scorsi abbia inaugurato una nuova stagione. Una stagione che è certamente prematuro definire promettente, ma che comunque segna un’accelerazione e una ripresa di movimento.

Il Pd sta invece lentamente scivolando nelle sabbie mobili di una impressionante conflittualità interna, che sta togliendo lucidità al suo gruppo dirigente. È un partito dove i personalismi scatenati (chi avrebbe mai previsto un tale esito per gli eredi dei “partiti-chiesa”, il Pci e la Dc?) producono una condizione di isteria permanente.  Incredibile è il caso delle laceranti divisioni sul caso Cancellieri. Un polemica inutile, una perdita di credibilità, un madornale errore politico che i vecchi dirigenti del centrosinistra si sarebbero ben guardati dal commettere, con buona pace di Renzi che ha ottenuto la sua popolarità proprio bombardando il  quartier generale del suo partito. Il fatto è che i dirigenti piddini soffrono maledettamente la concorrenza del M5S, circostanza che li porta  a “grillizzarsi” e a combattere le battaglie più inutili e più demagogiche, come appunto il caso Cancellieri. Se dunque il centrodestra ha allargato il suo campo di manovra, il Pd lo ha invece ristretto, avvitandosi in una contraddizione sempre più pericolosa. Da un lato il richiamo radicale del grillismo, dall’altro la necessità di sostenere l’azione del governo Letta.

In tali condizioni rischia di diventare  sempre meno temibile quella che fino ad oggi era ritenuta la migliore arma di Renzi: la sua capacità ad attrarre le simpatie dell’elettorato moderato. Una possibilità che risulta ulteriomente ridotta dalla nascita di Ncd, che può trattenere nell’alveo del centrodestra varie  porzioni di elettorato eventualmente attratte dal messaggio dal messaggio del sindaco di Firenze. Tutto certo può ancora accadere. Ma qualcosa pur significa  se perfino un vecchio “santone” dell’intellighenzia di sinistra come Eugenio Scalfari comincia a stroncare il giovane Matteo paragonandolo a Fabio Volo. Il succo del ragionamento del fondatore di Repubblica  è un po’ questo: meglio un libro di Fabio Volo che un voto a Matteo Renzi. E il paragone è tutt’altro che lusinghiero. Anche perché i libri di Fabio Volo, a  dispetto del loro successo di pubblico, non sono proprio un granché.