Kennedy? A mezzo secolo dalla sua morte lo scoprono “di destra”…

Più conservatore di quanto non abbia tramandato il mito. «Si candidasse oggi non sarebbe democratico», ha scritto con un titolo shock il giornale della sua città, il Boston Globe, sulla scia di un discusso saggio di Ira Stoll su Time secondo cui il ferreo anticomunismo di JFK e i tagli di tasse ai ricchi (ma dal 91 al 70 per cento) lo avrebbero reso un beniamino di ogni conservatore. In effetti era una cosa risaputa: la sinistra inspiegabilmente, e solo dopo la sua morte, si appropriò del mito di John Kennedy, peraltro ucciso da un uomo che aveva studiato in Unione Sovietica per fargli pagare l’osilità verso Cuba e i comunisti. Finalmente, cinquant’anni dopo quel 22 novembre di Dallas, i politologi rivisitano l’icona liberal anni ’60. Nei sondaggi di opinione, e non solo negli Usa, JFK resta tra i presidenti americani più amati. L’ultimo rilevamento, dell’esperto dell’Università della Virginia Larry Sabato, rivela che tra tutti i presidenti tra il 1950 e il 2000, Kennedy è quello promosso con i voti migliori davanti a Ronald Reagan e Bill Clinton. E tuttavia, alla domanda chi tra i loro leader vivi o morti vorrebbero vedere di nuovo alla Casa Bianca, sia “Ronnie” che Clinton fanno meglio di Kennedy. L’America ricorda e riflette: tanti se – primo fra tutti, cosa sarebbe successo se non fosse morto – accompagnano l’anniversario dell’assassinio. Fu solo stile, solo sostanza, un misto dei due? Chi è stato realmente John F. Kennedy? Sabato ha dedicato cinque anni di ricerche a stabilire l’eredità spirituale di Kennedy. In un’era di polarizzazione politica estrema, il suo nuovo libro, uscito col titolo Il mezzo secolo di Kennedy, rivisita il mito della presidenza “in maniche di camicia” entrata nell’immaginario collettivo grazie al potere della televisione. Secondo Sabato, Kennedy è diventato modello di spirito bipartisan pur essendo stato ai suoi tempi uomo fortemente di parte, anche grazie al fatto che la sua presidenza è stata tragicamente accorciata dalle pallottole di Harvey Lee Oswald. Per i democratici, JFK è entrato ovviamente nell’empireo permanente dei “santi patroni” per aver riportato il partito alla Casa Bianca dopo otto anni di controllo repubblicano e per aver abbracciato le battaglie ideali per i diritti civili, per gli aiuti all’estero (il Peace Corps), per la corsa allo spazio e il sogno dell’uomo sulla Luna. Ma anche i repubblicani, scrive Sabato, si sono avvolti nel mantello kennediano con entusiasmo quasi pari a quello del partito rivale. Oltre ai numeri dei sondaggi che mostrano l’ammirazione del Gop per JFK, Sabato porta prove di come Reagan e i suoi uomini avessero cercato di appropriarsi della legacy kennediana arrivando a compilare una lista di citazioni che presidente e ministri avrebbero potuto usare per spingere progetti conservatori, ad esempio sul fronte degli sgravi fiscali. Dopo la morte la mitologia popolare ha raccolto l’ottimismo di quell’epoca accantonandone i lati oscuri: l’ossessione per Fidel e il disastro della Baia dei Porci, l’inizio dell’escalation in Vietnam, la vita privata discutibile. Col cadavere del marito ancora caldo, la vedova Jackie, complice il giornalista di Time Theodore White, creò il mito di Camelot. L’intera agenda di JFK, bloccata fino a quel novembre in Congresso, fu immediatamente approvata come tributo al defunto presidente il cui successore, Lyndon B. Johnson, usò il rimorso collettivo per fare più di quel che Kennedy avrebbe pensato o sperato per il suo secondo mandato.