Il “revisionismo” kennedyano, 50 anni dopo l’omicidio: il santino non brilla più come una volta

In occasione dei cinquant’anni dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, avvenuta il 22 novembre del 1963 a Dallas, si torna a parlare di una delle figure più mitizzate della politica mondiale. Una personalità che, tuttavia, è stata ridotta a santino che ha perso molta della sua autenticità. A rivelare quanto sia stato gonfiato il mito di Kennedy, lo ha indirettamente ricordato Gay Talese, uno dei padri del New Journalism di essere andato con Tom Wolfe per le strade di New York per carpire qualche emozione dei cittadini dopo la notizia dell’attentato di Dallas. Lo ricorda a ogni anniversario, non poteva non farlo anche stavolta. Quando con Tom Wolfe, altro reporter di razza, appresa la notizia dell’attentato, girarono insieme tutta New York per scrivere un pezzo sulle reazioni a caldo della gente sulla morte di Kennedy. «Immaginavo che avrei visto persone reagire come quando l’esercito tedesco entrò a Parigi nel 1940, o anche solo qualche incidente d’auto. La gente reagisce con orrore, con tristezza o con lacrime: ma non ci fu niente di tutto questo». Gente che piangeva non ce n’ era. Niente di niente: un giorno normale. Tornarono ciascuno dal proprio capo: «Non c’è alcun segno di angoscia. La gente non piange e non si dispera. Posso scrivere di questo». Niente da fare. Un mito va alimentato e si cancella la storia per lasciare posto alla leggenda.

Così della vita del presidente Kennedy la storia racconta solo il suo delitto. Il resto della biografia, con i dettagli meno edificanti, va omesso. Eppure certi dettagli non sono di poco conto. Come la passione del futuro presidente per Hitler e Mussolini. Nero su bianco, lo scrive sui suoi diari. Il 3 agosto 1937, mentre girava l’Italia da turista, John annotava nel suo diario a Milano di essere «giunto alla conclusione che il fascismo é la cosa giusta per la Germania e per l’Italia, il comunismo per la Russia e la democrazia per l’America e l’Inghilterra. Che sono i mali del fascismo al confronto del comunismo?». Nello stesso periodo, dopo avere visitato Berlino scrive: «Entro pochi anni, Hitler emergerà dall’odio che lo circonda come una delle figure più significative mai esistite». E aggiungeva: «Il misterioso Fuhrer ha in sé la stoffa di cui vengono intessute le leggende». Peccati di gioventù ed errori di valutazione, che si susseguono nella vita del miliardario rampollo di una delle più potenti famiglie d’America. Per lui è pronto a 32 anni un seggio da senatore nel Massacchussets, lo stesso ottenuto dal nonno. Il padre Joe, principale finanziatore del presidente Roosvelt, ha già ottenuto in passato la poltrona di ambasciatore a Londra, ma il nuovo obiettivo è più ambizioso. Perché finanziare un politico per la Casa bianca quando si può mettere direttamente un figlio? Da qui la campagna elettorale per un figlio che diventa uno dei maggiori assenteisti dell’82mo congresso degli Stati Uniti d’America. La storia verrà edulcorata, successivamente, dai biografi con la spiegazione che in quel periodo il giovane senatore soffriva di una grave forma di osteoporosi che gli dava problemi alla colonna vertebrale. Una motivazione che adduceva spesso quando voleva saltare qualche impegno istituzionale e sul quale ironizzava molto una delle sue tante amanti ufficiali, Marylin Monroe: «Ho fatto più io per la  schiena del presidente di tanti medici», aveva detto l’attrice morta in circostanze misteriose un anno prima del delitto di Dallas. Come pure era stato mitizzato il matrimonio con Jacqueline, in realtà combinato da patriarca per consegnargli una degna first lady. Un amore talmente genuino da portare la vedova inconsolabile, pochi anni dopo, a sposare un uomo che era all’opposto di John esteticamente e anagraficamente, il vecchio miliardario Aristotele Onassis. Con una sola cosa in comune con Kennedy: un patrimonio sterminato.

L’agiografia di Kennedy, che una morte tragica consegna ai posteri con i riguardi che non si riservano neanche a un santo, ci risparmia le orge alla Casa bianca, le file di prostitute, la disinvoltura dei rapporti con esponenti del crimine organizzato, gli errori strategici con Cuba (dalla baia dei porci) e in Vietnam. Come risparmia i dettagli sulla vittoria alle elezioni per la Casa bianca. Una vittoria clamorosa. Il vicepresidente uscente, Richard  Nixon è di gran lunga il favorito ma interviene qualcosa che modifica ogni previsione: un faccia a faccia televisivo tra i due candidati. Da un lato la sostanza di un politico che pensa conti ancora la capacità, Nixon dall’altra la fotogenia di Kennedy. Un faccia a faccia che  imprime una svolta nella storia della comunicazione politica. Da quel momento una bella faccia dall’eloquio fluente, è più efficace dei valori, dei programmi e della competenza. Il mito di Kennedy resta vivido cinquant’anni dopo e ci restano le cronache italiane di quei giorni, di un’Italia legata a doppio filo con un presidente che da Washington pochi giorni prima aveva firmato un altro finanziamento straordinario al nostro governo. In concomitanza con i funerali, si fermarono le fabbriche anche in Italia e tutti i cinema interruppero i loro spettacoli. A Washington andarono tutte le massime autorità del mondo. Tra le poche defezioni dei capi di Stato, quella del nostro presidente della Repubblica, Antonio Segni. Al suo posto l’allora presidente del Senato, Cesare Merzagora e il ministro degli Esteri, Attilio Piccioni, il cui figlio era rimasto coinvolto nella morte di Wilma Montesi. Un altro mistero irrisolto di quegli anni. Proprio come il delitto Kennedy.