Il problema dell’Europa si chiama Germania: prospera a spese dei Paesi periferici dell’Unione

Tra tante brutte notizie, ne abbiamo individuata una positiva. La Commissione Europea ha deciso di avviare un’indagine nei confronti della Germania. L’obiettivo è, ha spiegato il Presidente Jose Manuel Barroso, «capire se Berlino può fare di più per contribuire al riequilibrio dell’economia europea». L’Ue ha in sostanza iniziato ad aprire gli occhi sugli squilibri, evidenti persino ad un cieco, che stanno percorrendo e dividendo l’Europa, se è vero, come è vero, che sta crescendo contemporaneamente l’ondata dei populismi (perché non sono tutti della stessa matrice politica). Le diseguaglianze dell’Eurozona vedono da una parte l’Italia a causa del debito elevato, della disoccupazione, della perdita di quote di mercato, dell’incremento della povertà e dell’esclusione sociale. Ma non siamo soli, insieme a noi ci sono anche Francia e Ungheria con squilibri che richiedono «un’azione politica risoluta». Dall’altra parte degli squilibri c’è un’elevata eccedenza nel bilancio di Berlino che, è questo il dubbio della Commissione, potrebbe rendere difficile il recupero della competitività dei Paesi periferici. Noi dell’Ugl la nostra risposta l’abbiamo già data ed è un bel “sì” deciso: sì, la Germania può impedire la crescita dei Paesi più periferici.

Infatti nel corso della nostra recentissima Conferenza Programmatica, “La crescita felice”, dal tavolo tematico sul Mezzogiorno abbiamo lanciato alle istituzioni una provocazione positiva, a fronte dei dati devastanti e autorevoli forniti dalla Svimez: fare del Sud d’Italia il traino per la riscossa del Sud d’Europa. Perché è questa la situazione che in maniera crescente si sta stabilizzando: quella di un’Europa a due velocità. Se dopo le critiche del Fmi e degli Usa, sebbene questi ultimi rappresentino la causa originaria della crisi che ci ha investito nel 2008, anche l’Ue ha deciso di uscire da una sudditanza psicologica nei confronti della Germania, vogliamo nutrire concrete speranze di poter vedere in futuro nuove politiche “a misura d’uomo”.

Se i partiti tradizionali, italiani e europei, sono seriamente preoccupati dall’ondata dei populismi che stanno avanzando, l’unico modo per fermali, visto che attualmente non detengono le leve del comando, è comprendere fino in fondo che l’interesse di coloro che governano e legiferano corrisponde esattamente all’interesse dell’ultimo degli ultimi.

*Segretario Generale Ugl