Il “non voto” lucano fa scattare l’allarme Sud. Letta vada in Europa a battere i pugni e non i tacchi

Al tempo dell’unità d’Italia la Basilicata fu terra di insorgenza antipiemontese e culla di quelli che la storiografia ufficiale ci ha consegnati come “briganti”: Ninco Nanco, Carmine Crocco, Giuseppe Caruso tanto per citare i più famosi. Da allora è passato un secolo e mezzo e la Basilicata torna a far parlare di sé come regione in cui i rimasti a casa sono più numerosi di quelli che hanno risposto al costituzionale dovere civico del voto per eleggere il nuovo governatore: 52,4 per cento contro il 47,6. Alla luce di queste percentuali, il presidente eletto, Marcello Pittella, del Pd, può benissimo essere definito espressione di una larga minoranza nonostante il suo lusinghiero 60 per cento, riferito però ai voti espressi. E’ invece fatica sprecata parlare del candidato del centrodestra, alleato per l’occasione con Scelta Civica, che si è fermato ben al di sotto della soglia di decenza del 20 per cento mentre merita menzione il crollo del M5S, attestato poco sopra il 10 e comunque distantissimo dal 24,3 per cento totalizzato alle politiche dello scorso febbraio.

In ogni caso, al di là delle performance delle singole liste o dei candidati è l’astensionismo da record ad imporci di decifrare il voto di domenica e lunedì come l’incipit di una  silenziosa insorgenza esportabile in un Mezzogiorno che giorno dopo giorno si rende conto che rischia di pagare più salato di altri il prezzo dell’unione europea esattamente come avvenne 150 anni fa con l’unità d’Italia.

Vero è che la crisi morde ovunque e chiunque, ma è altrettanto vero che essa rischia di dispiegare effetti micidiali in un Mezzogiorno già sfiancato dalla pressione selettiva della globalizzazione ed in larga parte disconnesso dalle traiettorie dello sviluppo e della crescita. Al punto in cui siamo, il Sud o diventa “la tomba del sistema” oppure la sede eletta in cui rifondare il patto costituente tra Stato, cittadini e territori. E’ una scommessa che passa per l’Europa. Occorre accantonare la retorica delle “agende comuni”, dei “compiti a casa” e corbellerie equivalenti e puntare all’alleanza fra Stati con l’obiettivo di modificare i regolamenti attuativi dei Trattati nei quali è annidata la grande truffa del pareggio di bilancio ad ogni costo con annesso esproprio della sovranità nazionale e popolare. Tanto per fare un esempio, solo battendo i pugni e non solo i tacchi potremmo strappare in Europa la possibilità di introdurre la fiscalità compensativa di vantaggio – oggi inibita da regole assurde – con l’obiettivo di  attrarre investimenti produttivi nel Sud ma a beneficio dell’intera economia nazionale. Se le fabbriche chiudono strozzate dal fisco o dalle banche e la classe operaia va in paradiso, sarà pure consentito ad un governo di attivare la leva fiscale per invertire la rotta? Purtroppo no, perché Bruxelles non vuole.

Piaccia o non piaccia, il rigetto degli italiani verso la politica, di cui il voto lucano è appena un aperitivo, non è solo il frutto avvelenato del sempre rigoglioso albero degli scandali ma appare soprattutto il risultato della paura di non essere adeguatamente governato in una fase di grandi cambiamenti e di ancor più grandi incertezze. La gente avverte che la causa della crisi risiede in Europa ma non riscontra terapie mirate. Come darle torto? A pochi mesi dalle elezioni per il rinnovo del parlamento di Strasburgo la politica è sempre ferma sull’uscio di casa: Renzi attacca, Alfano “tradisce”, Napolitano ammonisce, Grillo urla e Letta media. Il tutto ad uso interno, quando sarebbe vitale che i partiti esplicitassero fin da ora le parole d’ordine da far risuonare nella imminente campagna elettorale e soprattutto gli impegni da assumere in sede europea.

Sia chiaro, da sola l’Italia può fare ben poco. Ma è giusto che cominci. Tanto, prima o poi anche la Francia si troverà a rischio trojka (Ue, Fmi e Bce), a rischio – cioè – del commissariamento del proprio bilancio statale mentre la Spagna è già, come noi, nel mirino. La strada dell’alleanza latina, mediterranea e cattolica avrebbe ottime chanches di rimettere i popoli, il lavoro, l’impresa al centro dell’azione di quest’Europa imbarbarita dallo strapotere occulto ed irresponsabile delle sue oligarchie tecnocratiche e finanziarie. Diversamente, i parametri macroeconomici e le statistiche continueranno a tiranneggiare. Molti ne moriranno, seppur muniti dei conforti del pareggio di bilancio. Altri, quelli che non si arrenderanno, per la storia di domani, torneranno a chiamarsi “briganti”.