Il Cavaliere prigioniero dell’utopia di entrare nella storia senza passare per la politica

Lo psicodramma in atto nel Pdl sull’atteggiamento da tenere nei confronti del governo, più che alla politica sembra ormai appartenere alla fisica. Nessun corpo può reggersi senza un sostegno. Men che meno un governo democratico: quindi o l’appoggio c’è, e si vede, o non c’è, e Letta cade. Non esistono mezze misure né conviene ai mediatori di professione cimentarsi in acrobazie linguistiche o in stesure di documenti fifty-fifty senza passare per emuli di quel tizio che a proposito della fidanzata diceva che era «incinta ma solo un po’».

Il fatto è che stanno venendo al pettine tutti i nodi stretti dall’assurda pretesa di stare in un partito o nel Parlamento prendendo a calci la politica. Che somiglierà pure a quella lordura che quotidianamente ci viene ammannita da tv e giornali, ma che è pur sempre governata da leggi, ferree ed ineludibili come quelle della fisica.

Da tempo, i giornali cercano di spaccare il capello in quattro nella speranza di ritrovare il bandolo della matassa di una vicenda talmente ingarbugliata da non consentire neppure al più attento e perspicace osservatore di ricordarne la genesi, l’evoluzione e di prevederne l’esito. La “qualità” del dibattito interno al Pdl ha poi finito per aggiungere confusione a confusione. Non sarebbe perciò un male se “falchi” e “colombe” provassero a diradarla rispondendo ad alcune domande.

La prima: quando Alfano separa il destino del governo da quello di Berlusconi, tradisce quest’ultimo? A sentire i suoi accusatori sembrerebbe di sì. Se tuttavia facessero uno sforzo di memoria e di onestà intellettuale dovrebbero ricordare che il primo ad escludere ogni automatismo tra le due questioni (condanna e caduta dell’esecutivo) fu il Cavaliere in persona, più volte e pubblicamente. Andrebbe quindi chiesto a chi oggi punta il dito contro il vicepremier perché quel che andava bene quando a sostenerlo era il diretto interessato non valga più ora che a ripeterlo è il segretario politico nazionale; la seconda: perché dopo il voto di fiducia a Letta del 2 ottobre scorso, annunciato da un sia pur riluttante Berlusconi, quelli che volevano negargliela non solo non hanno preso atto della loro sconfitta interna ma hanno plaudito al discorso del leader salutandolo come un gesto di grande responsabilità? Una clamorosa autodenuncia di irresponsabilità visto erano proprio loro a voler fare l’esatto contrario. E infine: perché nell’Ufficio di Presidenza del 25 ottobre i “falchi” hanno approvato senza battere ciglio un documento che ribadiva il sostegno al governo?

E veniamo alle “colombe”: perché i ministri non hanno imposto a Letta di apporre il vincolo di maggioranza sulla questione della decadenza di Berlusconi con l’obiettivo di ottenere dal Pd almeno il ricorso alla Consulta? Perché Alfano non ha anticipato il chiarimento dimettendosi da segretario politico quando era ormai chiaro a tutti che una gran parte nel Pdl non gli riconosceva più alcuna autorità? Infine, perché non si sono opposte al ritorno a Forza Italia quando era più che evidente che tale decisione non aveva alcun fine oltre a quello di ritornare ad un modello di organizzazione incentrato esclusivamente sul carisma del leader? Invocare oggi un partito democratico, aperto, inclusivo e bla bla bla è mera accademia e, per di più, fuori tempo massimo.

Conclusioni: ognuno si è “stretto a corte” (volutamente con una sola “o”), preferendo il formale ossequio alla critica fondata, l’intrigo cortigiano alla battaglia aperta, l’obbedienza ipocrita alla verità scomoda. La politica, invece, si nutre di politica. E nonostante gli sforzi di qualcuno, nel Pdl se n’è vista ben poca. L’ora del chiarimento senza reticenze è però arrivata ed occorre decidere. Dividersi non è salutare per il centrodestra e neppure continuare in questa dispettosa ed imbarazzante “guerra dei Roses”. Meglio una scissione concordata che una forzata convivenza. Tutto è nelle mani di Berlusconi, il quale non ha motivo di temere la spaccatura del Pdl in relazione al voto sulla decadenza, pratica dall’esito ormai scontato con il voto palese. Potrebbe però stupire molti se davanti al Consiglio Nazionale egli si assumesse le proprie responsabilità nell’estremo tentativo di evitare il cupo tramonto cui sembra fatalmente destinato il sogno di un grande e duraturo rassemblement del centrodestra italiano, che è poi la sua vera eredità politica. Il Cavaliere ci ha messo tutto: passione, tempo, soldi, capacità ed entusiasmo, ma ha commesso un imperdonabile errore. Quello – per dirla con Giuliano Ferrara – di pretendere di entrare nella storia senza passare per la politica. Che oggi, infatti, si vendica.