Il caso Cancellieri diventerà comunque il detonatore dell’esplosione interna del Partito democratico

Il caso Cancellieri diventerà comunque il detonatore dell’esplosione interna al Partito Democratico. Enrico Letta “ci ha messo la faccia” ed è andato a spiegare ai gruppi del suo partito che la sfiducia alla Guardasigilli era la sfiducia al governo, costringendo i suoi a turarsi il naso e a salvare l’ex prefetto. Ma lo sforzo del premier, fatto in nome e per conto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, non basterà a far venir meno le divergenze oggettive tra l’idea del Pd di Letta e quella di Matteo Renzi. Se la Cancellieri fosse stata sfiduciata con un voto dell’aula sarebbe stata probabile l’apertura formale di una crisi incontrollabile sia per l’inquilino di Palazzo Chigi sia per chi siede al Quirinale, ma adesso sarà comunque ancor più difficile tenere a bada il sindaco di Firenze. Fra tre settimane Renzi sarà il segretario del partito e da quel giorno la musica cambierà non poco e per Letta sarà molto più difficile fare quel che ha fatto ieri, così come per Napolitano sarà più complicato eterodirigere il Pd a difesa delle larghe intese. L’8 dicembre sarà lo spartiacque e si aprirà lo scontro formale tra la nomenclatura del Pd a difesa di Letta e la spinta dal basso a favore dell’innovazione e della rottamazione di Renzi. In questo scontro a rimetterci le penne potrebbe essere il governo, tanto più se il centrosinistra resta senza il nemico in campo a causa della decadenza di Silvio Berlusconi.

Quanto è accaduto nel centrodestra, infatti, non fa temere pericoli da quel versante. Berlusconi dopo la decadenza deve attendere circa undici mesi di servizi sociali per ritornare candido, senza pena principale e accessoria, senza interdizione. E se nel frattempo avesse ragione in sede europea sulla incostituzionalità della retroattività della Legge Severino – cosa altamente probabile – dalla primavera del 2015 sarebbe ricandidabile alla presidenza del Consiglio. Per queste ragioni il Cavaliere non ha interesse a far saltare il governo, ma ha solo l’interesse di andare all’opposizione per capitalizzare il consenso tuonando contro i provvedimenti economici dell’esecutivo, così come ha già fatto con il governo Monti. Stare all’opposizione permetterebbe anche a Forza Italia di far apparire Angelino Alfano e i suoi complici della sinistra, cosa che il vicepremier teme a tal punto da mettere la parola centrodestra nella denominazione del suo partito. Anche la nuova formazione nata dalla scissione del Pdl ha interesse a far durare la legislatura almeno fino al 2015, sia per avere il tempo di strutturarsi sul territorio e di organizzarsi sia nella speranza che il Cavaliere esca di scena e gli lasci campo libero nel loro territorio elettorale. Fosse per il centrodestra, quindi, il governo andrebbe avanti dritto fino al 2015, ma l’ansia di Renzi di capitalizzare il consenso ottenuto rischia di far saltare il banco al più presto. Il governo guidato dall’ex vicesegretario del Pd potrà quindi cadere solo per una spallata del segretario dello stesso partito, così com’è ricorrente nella storia autolesionista della sinistra negli ultimi venti anni.