I moti triestini del ’53: così li raccontarono il Secolo e Giorgio Almirante

Nel novembre del 1953 – sessanta anni fa – la città di Trieste viveva giornate drammatiche, diventando teatro di imponenti manifestazioni per il ritorno all’Italia del TLT (Territorio libero di Trieste). Una mobilitazione spontanea di studenti e cittadini accolse la provocazione del generale inglese Sir Thomas Winterton, governatore della città, che impose al sindaco di rimuovere il Tricolore issato sul Municipio triestino. Il sindaco, Gianni Bartoli, rifiuta. È il 4 novembre del 1953 e da quel momento cortei e tumulti hanno luogo in varie zone della città. Il 5 novembre la polizia apre il fuoco contro i manifestanti radunati davanti al Tempio di Sant’Antonio provocando due vittime. Il 6 novembre si verificano nuovi disordini e altri triestini rimangono uccisi. L’incendio divampa in tutta Italia: saranno i giovani del Msi a ricoprire un ruolo decisivo nell’organizzazione di scioperi e cortei studenteschi in varie città d’Italia. La prima pagina del Secolo del 6 novembre 1953, dopo l’uccisione delle prime due vittime, ha questo titolo: “Sangue italiano a Trieste. Due dimostranti assassinati dal piombo della polizia sulla soglia d’un tempio. Decine di feriti”. Scrive il corrispondente Sergio Battigelli: “Trieste è in rivolta. Mai come oggi la città ha consacrato col sangue la sua italianità a dispetto dello straniero che continua a trattarla come una colonia di quarto ordine. È convinzione generale della popolazione che i gravi fatti di sangue accaduti siano stati accolti con grande soddisfazione dagli Inglesi i quali in tali fatti avrebbero trovato il pretesto per rimanere sine die a Trieste quali amministratori fiduciari e magari, per colmo dell’ironia, come tutori dell’ordine”. Così prosegue il racconto degli incidenti del 5 novembre: “Un gruppo di studenti, onde sottrarsi alla ferocia degli agenti, cercava riparo nella chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo ma la polizia non si arrestava dinanzi al luogo sacro irrompendo nel Tempio con gli idranti e rincorrendo i rifugiati fino all’altare maggiore e rimetteva in azione i manganelli ferendo alcuni studenti il cui sangue bagnava il pavimento. In seguito a ciò le autorità ecclesiastiche ordinavano la chiusura immediata della Chiesa disponendo nel contempo che essa venisse riconsacrata alle 16,30 del pomeriggio. A tale ora una gran folla si adunava dinanzi alla Chiesa per assistere alla commovente cerimonia. Ma non appena questa aveva termine e i sacerdoti e la gente uscivano di Chiesa la polizia, che dapprima non si era fatta scorgere, appariva improvvisamente nel piazzale antistante caricando la folla senza motivo. Alla legittima reazione dei cittadini la polizia apriva il fuoco sopra la folla inerme e i cittadini cadevano numerosi e il terreno rimaneva ben presto ricoperto di morti e feriti…”. Il 5 novembre rimangono a terra senza vita il quindicenne Piero Addobbati e Antonio Zavadil, di 61 anni.

Altre quattro vittime saranno il frutto luttuoso degli scontri del giorno successivo, il 6 novembre: Saverio Montano, Francesco Paglia, Leonardo Manzi e Erminio Bassa. I feriti negli scontri sono oltre cento. Anche in questa tragica giornata il Secolo riporta ora dopo ora gli avvenimenti. Questo il titolo d’apertura dell’edizione del 7 novembre: “A Trieste si muore. Viva Trieste italiana”. E questo l’attacco dell’editoriale intitolato “I Vespri triestini”: “Quello che non era giunto a fare Cecco Beppe l’austriaco, ha fatto Winterton l’inglese . Quello che non aveva subito l’Italietta del Risorgimento, sta subendo l’Italia dei giorni nostri. Al ‘Viva l’Italia’ degli studenti triestini hanno fatto eco le raffiche di mitra degli sbirri assoldati dall’Inghilterra. (…) I tempi della rassegnazione sono durati anche troppo; e il sangue triestino, il sangue versato a Trieste sul sagrato di una chiesa ha gridato ‘basta!’: basta alla rassegnazione, basta alla rinuncia, basta alla vergogna, basta alla sopportazione basta alla carota inglese, basta al bastone inglese, basta al mitra inglese, basta all’ipocrisia inglese, basta all’oppressione inglese, basta alla viltà inglese, basta all’inglese Winterton. (…) Lo straniero deve andarsene, il nemico deve andarsene! Questo è il grido di una città, questo è il comandamento di un popolo”. Nella stessa edizione si riferisce che la sede del Msi di via Rismondo era stata devastata da uomini in divisa inglese che bruciarono ogni cosa portandosi via gli schedari. “Si apprende all’ultim’ora – scrive il Secolo – che, essendosi impossessato dello schedario del Msi, il boia Winterton ha cominciato una sistematica operazione per arrestare i dirigenti e gli iscritti del Movimento. I primi arresti si segnalano in serata”.

Sul Secolo del 10 novembre sarà Giorgio Almirante a firmare il servizio da Trieste: “Primo sguardo fugace alla città. Bandiere. È la prima parola che pronuncio, perché è la prima impressione; e sarà anche la più durevole tra le impressioni. Dove i Triestini abbiano trovato tante bandiere, Dio solo lo sa. I magazzini di tutto il Veneto debbono essere stati svuotati di tutte le riserve bianche, rosse e verdi. Le ‘mule’ debbono avere donato tutte le gonne e tutti i nastri di quei colori. Molte famiglie debbono aver sacrificato tovaglie e forse lenzuoli. Non c’è finestra, non c’è abbaino, non c’è spiraglio, non c’è portone; e non c’è pennone, palo, colonna su cui non spicchi, da cui non isventoli, da cui non appaia un tricolore listato a lutto. In soccorso della stoffa è giunta la vernice. Muri tricolorati ovunque; e abbastanza frequentemente, nel centro, negozi tricolorati. Mi spiegheranno poi che i ragazzi hanno avuto cura di riverniciare in bianco, rosso e verde specialmente i caffè frequentati in prevalenza da comunisti”. Il lungo articolo di Giorgio Almirante si conclude con un saluto ai triestini morti e vivi: “Voglio dirvi grazie – scrive – perché mi avete restituito il gusto di essere Italiano, perché mi avete restituito l’orgoglio di essere Italiano, proprio con la I maiuscola, come si usava una volta”.