Gli equivoci su Facebook? Ecco la mia disavventura con la Forleo, una toga che stimo…

Riceviamo da Riccardo Ghezzi, direttore del quotidiano on line Qelsi, e volentieri pubblichiamo:

Vorrei raccontare una disavventura che mi è capitata su facebook. Ammetto di essere talvolta prevenuto su buona parte dei magistrati italiani, ma neppure io avrei mai potuto immaginare che non si potesse discutere con un giudice su un social network senza incappare in spiacevoli minacce di essere indagato o addirittura accusato di aver avuto un ruolo nella fantomatica Trattativa Stato-mafia che tanto turba i sonni di certe Procure. «La faccio identificare» è una minaccia che suona un po’ come «Lei non sa chi sono io». E se è vero che i magistati si sentono liberi di imperversare su facebook in quanto «cittadini come tutti gli altri», allora non comprendo per quale motivo debbano far valere la loro autorità al termine di una semplice discussione su facebook.
Veniamo al punto. Premetto che  non ho mai commentato nulla sulla bacheca facebook di Clementina Forleo, di cui ero amico prima che mi togliesse proprio in seguito alla discussione che ora vado a raccontare. È successo che lo scorso 18 ottobre,  verso le 21 di sera, ho commentanto un link da lei pubblicato, contenente la notizia della condanna per diffamazione ai danni di Giuseppe Ayala. Ho semplicemente espresso la mia opinione, non avendo la minima idea di ciò cui sarei andato incontro. E la mia opinione era che Ayala avesse sì diffamato, ma solo perché era andato sopra le righe rispondendo a sua volta a diffamazioni. Il mio riferimento era a frasi rivolte nei confronti di Ayala da parte di Salvatore Borsellino, secondo il quale Ayala addirittura avrebbe millantato rapporti di amicizia con Falcone e Borsellino, mentre per quel che ne so i tre avevano lavorato davvero insieme e collaborato. Sapevo anche che Falcone si era dichiarato un elettore di Ayale, quando quest’ultimo si è presentato alle elezioni.  Per questo commento sono stato attaccato non solo dal magistrato Clementina Forleo, ma anche da altri suoi amici. Una normale discussione, come tante sui social network. Ho continuato a ribadire la mia posizione, secondo cui non è giusto accusare Ayala di presunte complicità o di aver tramato contro Falcone e Borsellino sulla base di semplici indizi. Il confronto è rapidamente scivolato e trasceso persino sulla questione dell’agenda rossa. E a quel punto ho espresso semplicemente il dubbio che tale agenda non fosse davvero nella borsa presa in custodia dal carabiniere Arcangioli, quindi che i sospetti che fosse stata trafugata potessero essere esagerati. E, per quel che mi consta, tale al momento risulta essere la verità giudiziaria, essendo stato prosciolto lo stesso Arcangioli.

La discussione è rapidamente degenerata. Clementina Forleo ha insinuato che io «fossi a conoscenza di qualcosa» con chiaro intento accusatorio, mentre fino a pochi minuti prima venivo accusato del contrario, ossia di parlare senza aver letto le carte: cosa peraltro vera, mi sono limitato ad esprimere mie opinioni sulla base di letture generiche su giornali on line e cartacei, non su letture dirette delle carte processuali. Quel che è peggio, il magistrato ha pensato bene di intervenire, per puerile ripicca sulla mia bacheca di facebook, dove avevo pubblicato uno status identico al commento scritto sotto il link di Clementina Forleo (qualcosa del tipo “Ayala condannato per aver risposto, andando sopra le righe, a sua volta a diffamazioni che invece resteranno impunite”).
Ebbene, sotto questo mio status, un amico ha commentato “Vorrei scriverti qualcosa sul merito, posso contattarti in chat?” e io gli ho risposto “Mandami un mp, la chat non la apro perché altrimenti vengo assaltato dalle mie ammiratrici ahahahaha”. Testuale. Cosa ha pensato bene di fare il magistato Clementina Forleo? Ha commentato niente meno che “Vergognati, puoi solo ridere dei morti”, mentendo chiaramente, perché io non ho riso di alcun morto. Ho riso per una battuta fatta da me in risposta ad un mio amico. E i commenti erano relativi a uno status in cui il riferimento era a persone vive e vegete: Ayala e Salvatore Borsellino. Non contenta, Clementina Forleo è tornata a commentare sotto il suo link. Ma prima ha provveduto a rimuovermi dagli amici, impedendomi quindi di poter leggere e replicare. Così, non ho potuto difendermi dalla sua accusa “Si vergogni Ghezzi di ridere di morti, si vergogni”,
Un commento, pubblico perché visibile anche agli amici di Clementina Forleo, lesivo della mia onorabilità, dignità e rispettabilità, anche professionale, essendo io direttore di due testate on line. Una chiara diffamazione, in quanto espressa in mia assenza. Preso dal panico, ho cancellato il mio status. Ma lei ha continuato a parlare di me anche dopo avermi rimosso dagli amici, quindi in mia assenza, in quanto io non potevo più accedere alla sua bacheca, quindi né leggere né rispondere ai suoi commenti, né mi arrivavano più notifiche.

Ma non è finita. Clementina Forleo mi ha poi contattato via messaggio privato, di sua iniziativa, immediatamente dopo avermi rimosso dagli amici. Usando un tono duro, dicendo che mi avrebbe fatto di “identificare”. Credo che sia poco professionale che un magistrato ipotizzi mie connivenze con chissà quali misteri italiani, presunta sparizione dell’agenda rossa di Borsellino in primis, senza prove ma solo per il fatto che io abbia scritto commenti su un social network. Ignorando, ad esempio, che all’epoca della strage di via D’Amelio avevo 12 anni. Questo Forleo certo non poteva saperlo, non conoscendomi. Proprio per questo avrebbe dovuto usare maggiore cautela. Nonostante ciò, ho chiesto scusa sulla sua bacheca. Oltretutto io ho sempre stimato il magistrato Clementina Forleo, perlomeno per il suo coraggio e la sua determinazione nel toccare certi “intoccabili”, sinistra italiana in primis. Anche per questo non mi capacito del suo comportamento.