Fermi tutti, Zalone è comunista… Lo dice “il manifesto”, duellando con Brunetta sulla cultura pop

Chi se la prende, alla fine, la filosofia di Sole a catinelle, il film record di incassi di Checco Zalone? È successo che Michele Serra, il bardo della sinistra conservatrice su valori e archetipi, colta ma antipatizzante, snob ma attenta, e in fondo appagata dal suo isolamento, abbia un po’ flagellato il populismo solare di Zalone. Il furbo Renato Brunetta, in risposta, ha sentenziato: il film di Zalone esprime la positività di Berlusconi e di Forza Italia. Ed ecco che, dando ragione ai teorici dell’immaginario come fonte principale di ispirazione della politica, è cominciata la vivisezione filologica della comicità di Zalone. La provocazione di Brunetta (fatta probabilmente sapendo bene che si trattava di un’appropriazione indebita) ha fatto centro. Anche la cultura alta si è affacciata su quella bassa per decifrarne codici e messaggi.

La tesi di Serra è che Zalone è un “alfiere intelligente” di quel contado “ribelle e ringhioso” che o non vota, o vota Berlusconi o vota Grillo. Ha fatto tutto da solo, quindi, mettendo il primo comico italiano nel campo avversario, ritraendosi da ogni, anche sfuggente, parentela. E Brunetta ha fiutato l’aria e ci ha messo il cappello. E ora non c’è giornale  che non si cimenti con quello che La Stampa definisce il re Mida del cinema. Tutta attenzione per Checco, tutto pubblico pagante in più. E proprio su La Stampa, oggi, è il regista di Sole a catinelle, Gennaro Nunziante, a cercare di guadagnarsi accrediti presso il pubblico impegnato, accostando la banalità della comicità alle teorie di Roland Barthes e confessando che, durante le riprese del film, leggeva Il genio di Teresa di Lisieux del filosofo Guitton. Mica robetta per palati che si accontentano. Il “genio” di Zalone acquista spazio anche su Il Foglio, gongolante perché il comico ha fatto un film che piace “alla gente che non piace”. E sembrerebbe tutto rientrare negli schemi fissi di più facile comprensione: Zalone è di destra anche se non lo sa, la sinistra lo tiene a distanza con disprezzo. La chiave di lettura tiene, anche se forse non interessa alla gente che va al cinema per ridere un po’.

Ed ecco che arriva il manifesto e tenta un contropiede disperato per confutare Brunetta con un editoriale dal titolo deciso deciso: “Checco Zalone. Un (quasi) comunista”. Scrive irritato Marco Giusti: “Ancora coi comici popolari che vengono scippati dalla destra alla sinistra, e con la sinistra che neanche se ne accorge”. E Michele Serra – insiste il manifesto – ha sbagliato tutto, perché la sinistra di Repubblica “non si cura del cinema popolare”. Leggiamo fino in fondo per riuscire a capire dove si rintraccia questa essenza semicomunista finché non arriviamo alle fatidiche “prove” che dovrebbero dissuadere Brunetta dall’arruolamento forzato di Zalone. Pare che Checco non sopporti Renzi, che ami il jazz, che cambi il pannolino alla figlia, che sia amico di Francesco De Gregori, che non abbia letto Gomorra e che, soprattutto, non abbia messo culi femminili nel suo film. Sarà. Ma la disputa su Zalone di destra o di sinistra sta prendendo una piega talmente surreale che quasi quasi verrebbe da concludere che, forse, Zalone è solo un astuto democristiano. O no?