“Falchi” e “colombe” si beccano pensando al dopo-Berlusconi

È ragionevole presumere che l’ala ministeriale del Pdl abbia attentamente soppesato la concatenazione temporale tra il voto del Senato sulla legge di Stabilità, prevista per il 22 dicembre, e quello sulla decadenza di Berlusconi, fissato cinque giorni dopo. Se così non fosse, la loro “buona fede” sarebbe imperdonabile. È perciò altrettanto ragionevole dedurne che i cosiddetti lealisti abbiano, se non voluto, quanto meno agevolato la manovra di accerchiamento del Cavaliere, cui è stata di fatto sottratta la possibilità di far saltare il governo prendendo in ostaggio (e a pretesto) la scialba e tuttora indefinita manovra finanziaria. Non sfugge infatti a nessuno che diventa proibitivo persino per un asso come Berlusconi impartire al Pdl l’ordine del “rompete le righe” all’indomani della sua decadenza da parlamentare se solo la settimana precedente i suoi senatori, lui compreso, avranno approvato la legge di Stabilità. Delle due l’una: o l’ex-premier ha deciso di separare il destino del governo da quello suo personale – e non sembra questa l’aria che tira – oppure è rimasto imbrigliato nella tela di chi ha deciso di restringere ancor di più i suoi già risicatissimi margini di manovra.
Siamo in realtà in presenza di un nuovo e forse decisivo capitolo della guerra in corso nel Pdl. Questa volta, però, è lecito chiedersi se l’aver agevolato un calendario sfavorevole alla causa di Berlusconi non rappresenti un vero e proprio salto di qualità nella strategia di emancipazione e di affrancamento di una parte del Pdl dalla trazione carismatica del leader. A guardar bene non esiste altra chiave di lettura. Resta semmai da capire quale prospettiva politica (ed elettorale) possa essere coltivata lontano dal Cavaliere. È perciò probabile che al di là dello scontro e dell’oceano di dichiarazioni al vetriolo che quotidianamente allagano le agenzie di stampa, non tutti i fili di comunicazione sono interrotti. E paradossalmente la circostanza che persino una pubblica esortazione all’unità da parte del leader sia caduta nel vuoto, finisce per avvalorare e non smentire tale ipotesi.
Alfano e Fitto sono entrambi convinti che non sia più possibile restare a lungo sotto lo stesso tetto ma anche che non possono separarsi rompendo i piatti e nascondendo l’argenteria. La rottura è nelle cose, ma non deve rendere impossibile in futuro l’alleanza elettorale tra gli attuali duellanti. Una eventualità che al momento Berlusconi non vuole neppure prendere in considerazione, ma alla quale non potrà che inchinarsi una volta che la pratica della sua decadenza sarà stata consumata. “Lealisti” e governativi stanno già giocando nello spazio del dopo-Berlusconi. Lo fanno con modalità ed obiettivi diversi, ma sono entrambi convinti che l’ineluttabile arrivo di nuova stagione della politica italiana non possa trovarli attardati a difesa del “vecchio”.
Quello che si profila è dunque un “parricidio” per eutanasia. Il distacco dal leader non sarà immediato né dolce anche perché la forza che promana dalla figura e dalla leadership di Berlusconi rappresenta un patrimonio tuttora irrinunciabile. Lo sanno fin troppo bene Fitto e Alfano. Così si spiega perché il primo – che più ne beneficerebbe nell’immediato in termini elettorali – vuole far cadere il governo mentre il secondo – che ne resterebbe penalizzato – difende Letta per prendere tempo. Ma spiega anche perché la contromossa di Berlusconi potrebbe chiamarsi Marina.