E ora il Brasile paga Cesare Battisti per tenere una lectio magistralis su “chi ha diritto a vivere”

Il tema della conferenza è “Chi ha diritto a vivere”. Lo scopo, ha spiegato il professor Paulo Lopes che l’ha organizzata, è “ascoltare gli esuli, i carcerati, i demoni della società”. Non è chiaro a quale categoria Lopes ascriva Cesare Battisti, ma è certo che lo ha invitato a intervenire mercoledì all’Università federale Santa Caterina di Florianapolis, in Brasile, e che per questa partecipazione il pluriomicida prenderà 500 euro di soldi pubblici, visto che è lo Stato a finanziare l’ateneo.

Battisti di sicuro non è un esule. È, invece, un latitante tutelato dalle autorità politiche brasiliane, che hanno ripetutamente negato l’estradizione nonostante le condanne definitive, i diversi pareri favorevoli dei tribunali locali, gli appelli italiani e del Parlamento europeo e lo sconcerto manifestato formalmente dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Carcerato Battisti lo è stato, ma per reati assai minori e periodi assai brevi rispetto agli ergastoli comminati per gli omicidi. Quanto all’essere un “demone della società” non vi è dubbio che per molti lo sia, e prima di tutto per i parenti delle vittime. Altrettanto indubbio, però, è che per molti altri sia una sorta di martire da salvaguardare, coccolare, vezzeggiare, mettere al riparo dalla galera e da qualche fantomatico pericolo. «Sono certo che se andassi in Italia sarei oggetto di vendetta. Io sarei assassinato», disse Battisti in un’intervista del 2009, quando si discuteva della sua estradizione. Nello stesso periodo scrisse una lettera all’allora ministro della Giustizia brasiliano, Tarso Genro, diventato poi suo nume tutelare, per chiedergli di negare l’estradizione perché «anche lui ha personalmente sofferto dalla repressione politica quando era militante». La lettera, e non solo quella, sortì effetto.

Prima che nel Brasile del socialista Luiz Inàcio Lula da Silva, Battisti aveva riparato in Francia per giovarsi della dottrina Mitterand, ovvero della tutela giudiziaria garantita da Parigi a terroristi e attivisti incriminati nei Paesi d’origine per reati politici. Dalla Francia Battisti, che negli anni si è reinventato scrittore, si portò dietro anche il sostegno di intellettuali di sinistra come Bernard-Henry Lèvy, Daniel Pennac, Serge Quadruppani, Fred Vargas, che lo manteneva, e – si disse – anche di Carla Bruni, la quale però smentì di essersi spesa per la sua salvaguardia. Soprattutto si è portato dietro una fama immeritata, sulla quale si fondano tutte le sue “fortune”: quella di terrorista. Battisti ha avuto, sì, negli anni Settanta dei trascorsi nei Pac, i proletari armati per il comunismo, ma lui stesso spiegò di non essere mai stato davvero organico. Di contro la sua carriera da criminale comune, nell’ambito della quale ben si inseriscono anche gli omicidi per cui è stato condannato, iniziò quando del proletariato e del comunismo poco gli importava, mentre molto gli importava delle proprie tasche. Battisti faceva rapine, all’occorrenza anche puntellate dalla pratica abietta del sequestro di persona. Per questo fu arrestato ben tre volte prima di incontrare, proprio in carcere, l’ideologo dei Pac Arrigo Cavallina. Quella che venne dopo fu solo l’escalation di una disposizione che si direbbe ontologica, ma niente affatto ideologica. Battisti è, anche, un furbo. Uno che a un certo punto ha capito che quel passaggio per i Pac era il suo salvacondotto. Che richiamarlo, facendo appello alla comunanza ideologica con potenti politici e potentati culturali, e piangersi addosso, sventolando fantomatici rischi per la vita, gli avrebbe garantito un’esistenza se non dorata almeno argentata sulle spiagge carioche. La possibilità di tenere anche una lectio magistralis in una università pubblica forse, quella, Battisti non l’aveva messa in conto, ma d’altra parte se c’è una cosa che dovrebbe conoscere bene è “chi ha diritto di vivere” come hanno sperimentato sulla propria pelle i parenti del maresciallo di polizia penitenziaria Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978, del macellaio Lino Sabbadin, ucciso a Santa Maria di Sala, nel veneziano, il 16 febbraio 1979, dell’agente della Digos Andrea Campagna, ucciso a Milano il 19 aprile 1979, e del gioielliere Pierluigi Torreggiani, ucciso a Milano il 16 febbraio 1979, durante un tentativo di rapina in cui il figlio Alberto rimase paralizzato per sempre.