Da Renzi a De Luca, avanza la sinistra della doppia poltrona

Diceva Cicerone che «similes cum similibus facillime congregantur». Il grande scrittore e oratore latino intendeva dire che  fanno facilmente comunella coloro i quali sono  fatti della stessa pasta. Tradotta nell’italiano strapaesano, la formula ciceroniana sta a significare che tra compari ci si intende. Quest’immagine si adatta perfettamente a Matteo Renzi e al suo “grande elettore” campano Vincenzo De Luca, grande “feudatario” delle tessere Pd. I due sono fatti proprio per  intendersi. E infatti si intendono alla perfezione. Entrambi sindaci (Matteo di Firenze, Vincenzo  di Salerno). Entrambi ambiziosi. Entrambi sgomitano a più non posso.  Ma quello che li accomuna maggiormente è una  vocazione speciale: quella di sedere contemporaneamente su più poltrone, benché etica, buon senso e buon  gusto imporrebbero loro una scelta.

Renzi, come è noto, non lascerà  la carica di sindaco di Firenze anche se, come è pressoché certo, diventarà tra breve segretario del Pd. Come farà a dedicarsi a dovere ai suoi concittadini, se contemporaneamente dovrà guidare un grande partito di governo?  Molti gli hanno già fatto notare l’incongruenza. Non ultimo (anzi, diciamo proprio tra i primi)  il suo rivale Cuperlo, che così ha più volte ironizzato: «Se ti candidi per cambiare la sinistra non lo puoi fare se hai un secondo lavoro. Sarebbe una mancanza di rispetto nei confronti della gente anche se quello del sindaco è il mestiere più bello del mondo».  Ma non c’è niente da fare: Matteo non molla la poltrona di primo cittadino . Evidentemente, vuole tenersi aperta la via della “ritirata” nell’ipotesi  in cui le cose non divesseroi andargli  bene nella politica nazionale. Si può capire la preoccupazione,  perché però  fare pagare il costo della sua tranquillità e della sua bulimia da potere ai cittadini di Firenze?

Non diverso è il discorso di De Luca, nominato viceministro alle Infrastrutture (una carica di non lieve responsabilità per quanto riguarda il futuro dei cittadini italiani) nonostante sieda sulla poltrona di  primo cittadino della popolosa città campana. Ora l’Autorità garante della concorrenza ha dichiarato l’incompatibilità tra le due cariche. Ma Vincenzo non demorde e si dichiara deciso a combattare con il coltello tra i denti in difesa delle sue amate poltrone. Il bello (anzi il grottesco) della vicenda è l’assordante silenzio che arriva dal Pd. Solo Matteo Orfini e Guglielmo Vaccaro hanno avuto il buon gusto di invitare il loro compagno di partito a operare una scelta e a tenere un comportamento più dignitoso. Ma nessuno dei big piddini  (né tantomeno  compar Matteo) ha alzato il ditino per redarguire l’ingordo sindaco. Che strano! Ma non è lo stesso partito che voleva fino al giorno prima del voto in Aula le dimissioni della Cancellieri e che ha gonfiato il petto dopo la decadenza di Berlusconi? Dove sono finiti i giacobini? Dove si sono nascote le “anime belle”? Dove si sono rintanati i campioni dell’etica e della legalità? Similes cum similibus