C’era una volta la destra. Abbiamo veramente buttato venti anni?

Le sinistre radicali sono da poco tornate in Parlamento, dopo l’apparente annichilimento successivo al fallimento del governo Prodi. Per qualche anno vetero e neo-comunisti, antifascisti militanti, anarchici e seguaci di varia osservanza dell’idea che la società debba essere disciolta nell’acido per lasciare il posto al loro “mondo senza differenze”, sembravano messi definitivamente in soffitta, rinchiusi nei fortini dei cosiddetti centri sociali, dediti ormai solo ad occasionali aggressioni e devastazioni per sentirsi vivi. Dalle ultime elezioni sono invece tornati in area di governo e governare è una cosa che prendono sul serio, dalle piccole alle grandi cose. Con il sostegno complice dei media che, in nessun luogo come in Italia, riescono a mettere insieme gli interessi dei grandi padroni e la visione ideologica degli agit-prop più estremisti, i dissolutori si sono rimessi al lavoro per realizzare la propria opera. Agli attacchi fisici agli oppositori – in rapida crescita e prevalentemente impuniti – si sono aggiunti gli attacchi politici volti ad abbattere gli ostacoli sociali e istituzionali che fanno da argine allo sfascio. A scuola i 99Posse sostituiscono Calvino, lo ius soli si propone di risolvere per sempre il problema delle resistenze alla società multirazziale, il matrimonio gay toglierebbe per sempre di torno il riferimento alla famiglia come istituto fondamentale, l’ortodossia storiografica resistenziale e post torna ad essere legge rispedendo nel dimenticatoio persino le foibe. Un gran lavoro in così poco tempo. Evidentemente hanno le idee chiare e una lucida strategia, oltre alla capacità di spingere tutti la carretta nella stessa direzione. Fanno quasi invidia a chi, partito dalla marginalità politica e sociale più di venti anni fa, era convinto di poter portare almeno delle briciole della propria rivoluzione culturale nell’esperienza di governo. E invece, pur avendo avuto esponenti di destra in ruoli importanti nei governi locali e nazionali, nelle società pubbliche, nel servizio radiotelevisivo, negli enti, nei provveditorati e in fin dei conti in qualunque altro luogo dove è possibile cambiare le cose, alla chiusura di questa lunga parentesi, non è rimasta traccia. Non un film, non un manuale di storia per le scuole pubbliche, non una legge che metta la parola fine alla discriminazione culturale, morale e personale nei confronti di chi ha avuto la colpa di schierarsi dalla “parte sbagliata” nei momenti critici della nostra storia nazionale. E non ci riferiamo solo agli eventi bellici. Le epurazioni e le gogne sono continuate con buona pace di chi aveva influenza politica anche in tempi recentissimi. Si fa politica per cambiare le cose e per cambiare le cose si cerca di governare. Se si è governato e non si è cambiato nulla, forse si è frainteso il senso della politica. Eppure, si sarebbe potuto fare tanto.