Bisogna porre fine alle baruffe tra comari perché così si fa solo del male al Pdl

Lo scontro nel Pdl non accenna a diminuire. Non passa giorno che non ci sia una lite, un insulto, un fiorire di anatemi e di distinguo tra le due parti che si contendono il primato in vista del Consiglio Nazionale dell’8 dicembre prossimo venturo. Più si avvicina questa data, più sale la tensione tra cosiddetti  lealisti (o “falchi” che dir si voglia) e governativi  (lo stuolo di ministri e non solo, giornalisticamente definiti “colombe”). Quel che fa somigliare la perdurante rissa  a una baruffa tra comari è la ripetitività degli argomenti che, di volta in volta, assumono la dimensione del conflitto, salvo poi apparire contriti, sia gli uni che gli altri, nello scongiurare ipotesi di rotture future. Eppure le parole pronunciate dai protagonisti di cotanto duello non sono spifferi di vento. Tanto per non far  mancare nulla, questa volta la giostra dei messaggi la apre a modo suo il segretario pro-tempore Angelino Alfano.  Attraverso le pagine del libro di Bruno Vespa, il ministro  fa sapere di non aver cambiato idea a proposito delle primarie e non nasconde la sua repulsione nei confronti  degli “estremisti” che girano nel partito e che rischiano di portare il Pdl-Forza Italia alla deriva.  «Il nostro è stato sempre un grande movimento a guida e a prevalenza  moderata –  afferma  – Non è bene che finisca in mano a estremisti. Berlusconi non lo è, ma c’è il rischio che nella gestione pratica e quotidiana della comunicazione si prenda quella deriva». Che sottile eufemismo prendersela con la gestione pratica della comunicazione! Come se il problema fosse solo e soltanto questo: nel modo in cui alcuni esponenti del Pdl, i cui nomi sono di facile individuazione, espongono le posizioni del partito.  Se fosse questo e soltanto questo il problema, non  crediamo che la questione sia irrisolvibile. La verità, diciamolo con franchezza, è un’altra; la verità è che qui si  confrontano pensieri diversi, opzioni politiche differenti  e interessi contrapposti. Basta leggere le risposte  di Raffaele Fitto e di Sandro Bondi, “lealisti” a tutto tondo, per  fugare ogni dubbio. Il primo non se la sente proprio di aprire il capitolo del dopo Berlusconi finché non sarà il Capo a deciderlo.  E, a proposito delle primarie , ricorda ad Alfano che nell’ultima campagna elettorale  l’argomento primarie fu seppellito in una nottata, con Berlusconi che indicò proprio nel segretario designato il candidato a Palazzo Chigi. La si può girare come si vuole, ma è il Cavaliere , e soltanto lui, che decide. Non meno tagliente è apparso Sandro Bondi. Per il coordinatore di Forza Italia, le parole di Alfano  sono “avventate  e radicali”. Insomma, non si può negare che le parti se le cantino senza remore. Se poi la discussione scivola sul governo, le parole diventano palle di fuoco. E questo è il punto centrale. Il governo, la sua tenuta e durata. È ormai chiaro a tutti che l’anima ribelle del Pdl non vede l’ora di mandare a casa Letta con tutti i suoi ministri. Finora la questione era stata rimandata. Più per ossequio al volere di Berlusconi, sempre più imbrigliato tra la morsa della giustizia , la decadenza annunciata da senatore e le preoccupazioni di prevedibili ritorsioni dell’Europa e dei mercati sulle sue aziende, che per altre ragioni. Ora, però, anche dalle parti di Arcore sembra farsi strada l’ipotesi di una rottura, sempre che le cose non funzionino sulla legge di stabilità, ritenuto non a caso dai “lealisti” il  terreno propizio per far saltare le “larghe intese”. Non va sottaciuto che analogo interesse potrebbe registrasi sul  fronte opposto, ove Renzi , come è prevedibile, vada a conquistare la segreteria del Pd. Il sindaco di Firenze sa che la sua opzione per Palazzo Chigi rischia di scadere se si protraesse  troppo nel tempo. Così, per una non improbabile convergenza di interessi,  nelle case dei due maggiori partiti italiani, l’ipotesi che salti   ogni residua capacità di coesione comincia a prendere corpo. Con conseguenze nefaste per il governo. L’accentuarsi della diatriba nel Pdl, ne è la prova più evidente.  Resta da vedere quanto tasso  di ambiguità alberghi ancora nel partito. E’ evidente che per entrambe le posizioni, Berlusconi rappresenti ancora uno scudo  dietro cui nascondersi; che nessuno ha voglia ( e  la forza)  di staccare la spina per primo; che, nella malaugurata ipotesi che si torni a votare con l’attuale sistema elettorale, il rischio di lasciarci le penne sconvolge non poco le coscienze e assopisce l’ardire dei “governativi”. Ma  fino a quando potrà durare questa storia? Forse qualcuno si è  già pentito di non aver fatto a suo tempo il passo decisivo. Ossia quando l’ex presidente del Consiglio , con giravolta degna di miglior causa, scompaginò i giochi  e fece votare la fiducia a Letta, dopo averlo fatto infilzare dai suoi come un pollo allo spiedo. Fu lì che alle colombe mancò il guizzo , il coraggio di far nascere gruppi parlamentari autonomi. La speranza di ricomporre un quadro sfilacciato con dichiarazioni di principio e la litania dei buoni propositi si sta rivelando per quella che è: una pia illusione. Da allora è iniziato un lento, progressivo logorio. Né  il tatticismo mascherato dall’ambiguità, né il richiamo alle infauste sorti di un Paese affranto dalla recessione e scosso da un male profondo, hanno cambiato le cose.  Il prezzo dello scontro in atto rischia adesso di essere ancor più alto. E il peggio, forse, non lo abbiamo ancora visto.