Anna Maria Franzoni a casa in vacanza premio. Ma la legge non è uguale per tutti?

Ma la giustizia è davvero uguale per tutti? Ultimamente ce lo chiediamo spesso: e sempre più ragionevolmente dubbiosi quando in ballo c’è il nome di Anna Maria Franzoni. La mamma accusata dell’omicidio del figlioletto non smette di sorprendere – in negativo purtroppo – da ormai undici anni, da quel maledetto 30 gennaio del 2002, quando a Cogne il piccolo Samuele Lorenzi, il suo secondogenito di appena tre anni, venne trovato agonizzante in una pozza di sangue. Da quel tragico giorno in avanti, è stato solo un destabilizzante susseguirsi di dichiarazioni e comportamenti della enigmatica donna che, imprevedibilmente, ad ogni uscita pubblica, ad ogni intervista televisiva, ad ogni intercettazione o fuori onda, hanno superato il primato di sconcerto acquisito appena il momento precedente. E chi pensava che, con la condanna a sedici anni reclusione per l’omicidio del figlio, un velo di pietoso silenzio sarebbe calato su di lei e sulle altri vittime di una vicenda che ha sconvolto l’opinione pubblica e fatto da apripista – nell’attenzione mediatica – al fenomeno in drammatico aumento del matricidio, si sbagliava.

A qualche settimana dall’arresto, avvenuto il 21 maggio del 2008, le telecamere hanno riacceso la spia rossa su Anna Maria Franzoni, strappandola dal silenzio che avvolgeva la sua vita di detenuta e buttando ancora una volta in pasto a tg e servizi speciali, i fotogrammi della “nuova vita” dietro le sbarre della mamma di Cogne. Di scena, come in una interminabile soap opera noir, la reclusa “modello” – un modello, dati gli ultimi risvolti, evidentemente non applicabile a molte altre colleghe – al lavoro in un laboratorio sartoriale, come se quell’apparente ritorno ad una parvenza di normalità potesse in qualche modo mitigare l’orrore del gesto estremo di cui è stata accusata, e cancellare con un colpo di spugna anche tutto il corollario di discutibili episodi processuali che l’hanno condotta al regime carcerario. Un regime che gli ultimi risvolti, puntualmente registrati dalla cronaca, hanno rivelato meno duro di altri; o almeno più flessibile di quanto non sia per altre sue colleghe di sventura giudiziaria. E così, dopo la notizia diffusa lo scorso 7 ottobre del nuovo percorso riabilitativo intrapreso dalla Franzoni, e culminato nell’ambìto traguardo – negato a chissà quanti altri detenuti – dell’ammissione al lavoro esterno al carcere di Bologna, in una coop della parrocchia di S. Antonio di Padova, dove la donna si reca regolarmente, alla Franzoni il magistrato di Sorveglianza ha concesso anche un permesso premio. Si tratta di quei permessi regolati dall’articolo 30 ter dell’ordinamento penitenziario, che consente ai detenuti di coltivare interessi affettivi, culturali e di lavoro. La decisione è stata presa sulla base della relazione del Gruppo di osservazione e trattamento (Got) che opera una sorta di “diagnosi” sul detenuto. Detto, fatto: e la mamma, accusata di una colpa inaccettabile, in nome di un condono morale che le viene parcellizzato ad ogni concessione, è stata vista nel paese di Santa Cristina di Ripoli, in vacanza premio di cinque giorni. In giro, come se niente fosse, per le stradine del paesino sull’Appennino bolognese dove vive la famiglia, a far la spesa con il marito e uno dei due figli, come una mogliettina amorevole e una madre accudente qualunque. E il livello di sconcerto si impenna come quasi mai fino ad ora. A quanto si apprende, il caso specifico della Franzoni non sarebbe diverso da quello di altri detenuti, ma tant’è. A proposito di leggi ad personam…