Addio a Raimondo d’Inzeo, leggenda dell’equitazione italiana

Il grande campione olimpionico su equitazione Raimondo d’Inzeo è morto all’età di 88 anni.  Figlio di un ufficiale di cavalleria e maestro di equitazione, diventò una leggenda nella storia mondiale del salto ad ostacoli con Winkler, D’Oriola, Pessoa padre e figlio, per citarne i più famosi.In Italia, lo hanno avvicinato soltanto a suo fratello Piero (per il quale vale ugualmente il discorso sul destino, ma che comunque non vinse mai un oro olimpico individuale) e Graziano Mancinelli. Raimondo D’Inzeo, vincitore in tutto di 6 medaglie ai Giochi (1 oro, 2 argenti e 3 bronzi) da Melbourne 1956 a Monaco 1972, non è  stato soltanto un magnifico cavaliere, ma anche un abile scopritore e plasmatore di destrieri. Nei suoi anni migliori il professionismo ricco e sfrenato, quasi esclusivo, che sarebbe dilagato dopo il suo ritiro, era agli albori. Non esistevano cavalli supercampioni (i cosiddetti crack) ipercostosi, già pronti per vincere: bisognava crescerseli, lavorarli. E lui, in questo, era maestro oltre che figlio d’arte. Basta ricordare i suoi “capolavori”: Bellevue, l’olimpionico Merano e il suo “fratellastro” Posillipo, Fiorello. In gara, poi, Raimondo era perfetto nell’interpretarli, riuscendo ad ottenerne la piena, generosa collaborazione.

Meno elegante del fratello Piero, ritenuto cavaliere vicino alla perfezione stilistica, Raimondo era più  agonista, aveva una più  spiccata mentalità  vincente. Energico nel richiedere il massimo al cavallo che guidava fra le insidie degli ostacoli, non gli mancava mai di rispetto, ben sapendo che la vittoria poteva venire soltanto dall’equilibrio del connubio. I più anziani fra gli appassionati del salto ad ostacoli ricordano con intatta ammirazione i suoi duelli con i più  forti cavalieri degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, i suoi tanti successi, le sue poche sconfitte. Soprattutto la vittoria alle Olimpiadi di Roma 1960, che ottenne in sella a Merano, e a spese del fratello Piero, cui andò la medaglia d’argento. Era il beniamino di Piazza di Siena, dove guidò l’Italia a molte vittorie nella Coppa delle Nazioni, il piu’ tradizionale degli appuntamenti dei Csio di Roma. Quando entrava in campo lui,  l’attesa del pubblico era altissima, sul suo impeto si contava per rimediare a situazioni compromesse da qualche errore degli altri azzurri, oppure per assestare agli avversari il percorso netto che ammazzava la gara. L’impeto, Raimondo D’Inzeo lo mise anche in una occasione particolarmente drammatica della storia italiana, quando,  come tenente colonnello dei carabinieri a cavallo, caricò i manifestanti contro il governo Tambroni a Porta San Paolo in Roma. Le polemiche, scatenate dal Pci,  che ne seguirono non riuscirono comunque ad intaccare la fama che il cavaliere si era conquistato sui campi di tutti il mondo.