Addio a Marcello D’Orta: scoprì i bambini filosofi del sud con “Io me speriamo che me la cavo”

«Quanti temi avrò letto nei miei dieci e più anni come insegnante in un sobborgo napoletano? Non lo so, ne ho perso il conto. Ma non li ricordo perché ordinati o disordinati, tristi, giocosi e persino polemici, tutti mi hanno sempre detto e a volte dato qualcosa. Tanto che alcuni li ho conservati e ora ho voluto raccoglierne una sessantina tra i più sorprendenti. Credo che valga la pena di conoscerli…». È l’incipit di Io speriamo che me la cavo, un affresco ironico di una Napoli sgarrupata che Marcello D’Orta ha raccontato attraverso gli occhi innocenti dei bambini. Negli anni Novanta il suo fu un caso editoriale, oggi non se l’è cavata nella lotta  più grande, quella di sconfiggere il cancro. Sessant’anni ammalato dal 2010,  si è spento nella sua Napoli che aveva tanto descritto attraverso i sessanta temi dei suoi scolaretti e non solo. La notizia è stata data dal figlio, padre Giacomo. I funerali si terranno il 20 novembre alle 12 nella Basilica di San Francesco di Paola, in piazza Plebiscito a Napoli. Lascia la moglie Laura. Gli ultimi anni li aveva passati in casa a scrivere, un modo per esorcizzare un male che a volte è difficile da sconfiggere. «Scrivo per non morire», aveva confidato all’Ansa nel raccontare che aveva il cancro. «Penso di aver trovato l’antidoto giusto: scrivere, scrivere, scrivere… Troppi libri in un anno? Forse. Ma la scrittura è la mia vita. Quella che l’anno scorso stava per lasciarmi. Basterà? Credo di sì. Perché per la malattia fisica possono, quando possono, qualcosa i medicinali. Per il male dell’anima la scrittura può essere un ottimo farmaco». Aveva poi scritto sul Giornale. La sua produzione in questi anni è stata ricchissima. Fra le sue opere Dio ci ha creato gratis; Romeo e Giulietta si fidanzarono dal basso; Il maestro sgarrupato; Maradona è meglio ´e Pelé; Storia semiseria del mondo; Nessun porco è signorina; All’apparir del vero il mistero della conversione e della morte di Giacomo Leopardi; Aboliamo la scuola; A voce de creature; Era tutta un’altra cosa. I miei (e i vostri) Anni Sessanta. Collaboratore di di diversi quotidiani, le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi.  Ora era impegnato nella stesura di un libro su Gesù, che ancora non aveva un titolo preciso. «Mio padre è stato un credente che ha sempre approfondito la sua fede in un modo meraviglioso», ha detto il figlio Giacomo. La sua è una storia semplice. Nato il 25 gennaio del 1953 in una casa di Vico Limoncello, nel centro antico, in una famiglia di dieci persone, Marcello D’Orta ha insegnato per quindici anni nelle scuole elementari. Nel 1990 con la pubblicazione di Io speriamo che me la cavo, ha venduto in Italia due milioni di copie e da cui è stato tratto il film con Paolo Villaggio per la regia di Lina Wertmuller. Nel 2007 il libro è diventato una commedia con Maurizio Casagrande, con le musiche di Enzo Gragnaniello. Il suo amore per Napoli non gli impedì di denunciare una città in chiaro-oscuro. «Quando mi fu diagnosticato un tumore», scrisse ancora sul Giornale, «il primo pensiero fu: la monnezza. È colpa, è quasi certamente colpa della monnezza se ho il cancro. Donde viene questo male a me che non fumo, non bevo, non ho – come suol dirsi – vizi, consumo pasti da certosino?… Così sono stato servito: radiochemioterapie, due interventi chirurgici, altro, tant’altro. A chi devo dire grazie? Certamente alla camorra».