A Carlo Giuliani un monumento, a Fabrizio Quattrocchi nemmeno un po’ di giustizia. Che Italia è questa?

Viviamo in un’Italia sempre più strana e contraddittoria, dominata da una forma volgare di ideologismo. La sentenza sull’uccisione di Fabrizio Quattrocchi in Iraq lascia l’amaro in bocca: secondo i giudici non fu omicidio di stampo terroristico e gli imputati erano solo criminali comuni. E così, dopo alcuni anni, è stato umiliato anche un atto eroico, è stato mortificato il ricordo di un giovane che, poco prima di essere ammazzato, pronunciò la famosa frase “Ora vi faccio vedere come muore un italiano”. Eppure i carcerieri assolti rivendicarono il sequesto a nome delle “Falangi verdi di Maometto” e considerarono il rapimento come uno strumento di ricatto di stampo terroristico per indurre l’Italia a ritirare le proprie truppe da Baghdad. Alla fine è stata scritta l’ennesima pagina negativa della storia degli ultimi anni. Ma al di là delle polemiche, occorrerebbe una riflessione: a Carlo Giuliani, morto mentre stava per scaraventare un estintore contro i carabinieri, è stata intitolata un’aula dei gruppi al Senato, è stato realizzato un monumento a Genova ed è stata posta una lapide in memoria. A Fabrizio Quattrocchi non è stata concessa nemmeno giustizia nei tribunali italiani. Qualcosa non funziona, i conti non tornano. Ma non sarà certo una sentenza incredibile a far svanire il ricordo di Fabrizio e di quel terribile aprile del 2004. A rendergli onore basta il video della sua morte, il cui contenuto fu reso noto dal giornalista del Tg1 Pino Scaccia: «Fabrizio Quattrocchi è inginocchiato, le mani legate, incappucciato. Dice con voce ferma: “Posso toglierla?” riferito alla kefiah. Qualcuno gli risponde “no”. E allora lui tenta di togliersi la benda e dice: “Adesso vi faccio vedere come muore un italiano”. Passano secondi e gli sparano da dietro con la pistola. Tre colpi. Due vanno a segno nella schiena. Quattrocchi cade testa in giù. Lo rigirano, gli tolgono la kefia, mostrano il volto alla telecamera, poi lo buttano dentro una fossa già preparata. “È nemico di Dio, è nemico di Allah”, concludono in coro i sequestratori». Che secondo le toghe non sono terroristi. Ma è forse l’atto eroico, quell’orgoglio di essere italiano a dar fastidio a qualcuno.