Si discute dei rom? La Kyenge si fa furba, parla in politichese ed evita i punti dolenti

Ha imparato a parlare in politichese, Cécile Kyenge. Meglio non rischiare con gli slogan, un discorsetto zeppo di paroloni espone di meno alle critiche, specie se l’argomento è abbastanza scottante: la situazione dei rom e dei campi nomadi. Il palcoscenico delle esternazioni della “ministra” stavolta è istituzionale, un’audizione alla Camera. Il discorso, a una prima lettura, non fa una piega ma nasconde insidie. Va superato «un intervento meramente assistenziale», dice infatti la Kyenge e su questo tutti sono d’accordo. Poi arrivano i passaggi generici, che non tengono conto della realtà dei fatti: vanno assunti «connotati e indirizzi volti in particolare a favorire processi di responsabilizzazione e protagonismo comunitario nella vita sociale ed economica», continua il prontuario di buona volontà. La Kyenge dovrebbe in primis spiegare il significato del protagonismo comunitario dei rom, così come, secondo lei, andrebbe fatta «la gestione dei processi di inclusione sociale». Tutto ciò non tiene conto di un fattore non certo secondario, e cioè che gran parte dei nomadi l’integrazione la rifiuta. La strategia, ha detto tra l’altro la “ministra” deve far leva su «una azione di prevenzione di ogni rischio di discriminazione e stigmatizzazione delle comunità rom, sinte e caminanti e di ogni forma di segregazione di tali comunità nella vita sociale e nell’accesso ai diritti fondamentali, ai beni e ai servizi» e «una forte azione di contrasto e rimozione della eventuale disparità di trattamento, diretta e indiretta, che impedisca il godimento di tali diritti». E nei confronti dei rom, che mandano i bambini a chiedere l’elemosina, non lavorano e si esercitano nell’arte del borseggio, nessuna parola, neppure una minima condanna. La Kyenge dovrebbe chiedersi invece il motivo per cui gli italiani, che sono storicamente un popolo ospitale e solidale, scendono in piazza contro i campi nomadi, perché fioccano denunce di furti e prevaricazioni, nonché rabbia e talvolta rassegnazione. La “ministra” evita di toccare questo tasto. Anzi ci mette il carico perché chi si oppone a questo disegno, in fondo, è un “razzista” da additare al pubblico ludibrio, sotto la regia di Pd, Sel e compagnucci vari. Non a caso la Kyenge parla anche di un’intera area del web «rimasta scoperta dalla piena applicazione della legge Mancino».