Sentenza Mediaset, i giudici “inventano” l’aggravante del ruolo politico

«Il ruolo pubblicamente assunto dall’imputato (…) e soprattutto come uomo politico, aggrava la valutazione della sua condotta». È quanto si legge nelle motivazioni della condanna a due anni di interdizione dai pubblici uffici a Silvio Berlusconi. «I giudici della Terza Corte d’Appello di Milano le hanno divulgate oggi, spiegando che «la durata della pena accessoria» deve essere «commisurata alla oggettiva gravità dei fatti contestati». Per questo, secondo i magistrati, a Berlusconi non poteva essere inflitto il «minimo della pena», ossia un anno di interdizione, come richiesto dalla difesa. Nelle dieci pagine di motivazioni, i togati scrivono che il processo Mediaset, che ha portato alla condanna del Cavaliere a 4 anni di carcere per frode fiscale, «ha definitivamente accertato che Berlusconi è stato l’ideatore e l’organizzatore negli anni Ottanta della galassia di società estere, alcune delle quali occulte, collettrici di fondi neri e – per quanto qui interessa – apparenti intermediarie nell’acquisto dei diritti televisivi». Inoltre, i giudici aggiungono che gli accertamenti svolti nel processo sul caso Mediaset «dimostrano la particolare intensità del dolo nella commissione del reato contestato e perseveranza in esso» e sostengono che «non c’è prova alcuna» che Silvio Berlusconi abbia estinto il suo «debito tributario» per il caso Mediaset, mentre si sarebbe limitato a formulare «una mera “proposta di adesione” alla conciliazione extra giudiziale».

La palla torna ora alla difesa del Cavaliere che, come annunciato da Nicolò Ghedini appena è stata emessa la sentenza, aspettava solo le motivazioni per ricorrere in Cassazione. Intanto, però, si riaccende il dibattito politico e lo scontro tra Pdl e toghe. Il presidente della commissione Affari Costituzionali della Camera, Francesco Paolo Sisto, rileva che «dal cilindro della giurisprudenza ambrosiana questa volta è spuntato il coniglio della condotta aggravata dall’attività politica, come se avere funzioni di rappresentanza politica possa costituire di per sé un disvalore. Complimenti per la fantasiosa new entry!». Daniela Santanché parla più esplicitamente di «giustizia creativa» e di «teorema indimostrabile». «Come è possibile infatti che avendo giustamente assolto perché il fatto non costituisce reato chi materialmente ha firmato i bilanci, poi si possa procedere all’incriminazione di chi all’epoca non si occupava più dell’azienda?», chiede la parlamentare del Pdl, per la quale ciò che avviene «deve destare l’indignazione di ciascun cittadino che crede nella legge e nel suo rispetto». Anche Daniele Capezzone si dice certo che «in queste ore anche tanti cittadini che magari non hanno votato per lui si rendano perfettamente conto di come alla difesa dei diritti del cittadino Berlusconi sia legata la difesa dei diritti e delle libertà di tutti, e anche di chi non gli è stato o non gli è politicamente vicino». Il richiamo all’indignazione popolare sembra rimandare all’ipotesi di quella grande manifestazione di piazza che, secondo i rumors, potrebbe essere convocata dal Pdl nel giorno in cui nell’aula del Senato approderà il voto sulla decadenza del Cavaliere.

Dal punto di vista tecnico i due provvedimenti, interdizione e decadenza, hanno caratteristiche diverse: la prima è una sanzione penale, la seconda un procedimento amministrativo. Viaggiano anche su binari diversi, perché sentenza e voto al Senato non hanno connessione e, anzi, potrebbe verificarsi l’ipotesi che il Senato voti per la decadenza, mentre la Cassazione – di cui si aspetta il pronunciamento in primavera – accolga il ricorso dei legali del Cavaliere sull’interdizione. Gli stessi giudici milanesi lo hanno ricordato nelle motivazioni, scrivendo che la legge Severino «ha un ambito di applicazione distinto, ben diverso e certamente non sovrapponibile» con quello del processo penale con al centro il caso Mediaset. Ma è ovvio che quando il Pdl pensa alla piazza pensa di muoversi sul terreno politico, ovvero sul terreno in cui sentenza e legge Severino, interdizione e decadenza si incontrano.