Ripensare la formazione: conviene agli studenti e soprattutto alle industrie

Nel confronto con i loro coetanei europei, i giovani italiani risultato essere molto più indietro nei livelli di istruzione. Abbiamo un sistema formativo talmente carente che stenta, nei suoi diversi percorsi formativi, ad assorbire quote crescenti di giovani, e soprattutto a portarle a compimento degli studi intrapresi. Non solo. Da noi il tasso dei laureati è molto basso rispetto alla media europea: poco più del 20% rispetto al 33%. E chi si laurea fatica enormemente ad inserirsi nel circuito lavorativo. Peraltro, non è raro trovare imprenditori  che dichiarano di incontrare difficoltà a recuperare competenze tecnico-professionali di cui hanno bisogno. Ciò dipende da due fattori: il ridotto numero di candidati e la poca preparazione degli aspiranti tali. Potremmo continuare all’infinito nel descrivere lo stato della formazione professionale nel nostro Paese.

Limitiamoci, per ora, a ricordare alcuni dei dati emersi da una indagine del Censis di un paio di anni fa. Da allora le cose non sono cambiate. Anzi, sono peggiorate. È di questi giorni la notizia di un taglio drastico delle risorse per i corsi di formazione professionale. Si tratta dei corsi finanziati da Stato, Regioni e fondi europei, con durata triennale. Non sempre, in verità, questi  corsi hanno offerto garanzia di serietà. Molte, troppe volte  si sono rivelati un autentico serbatoio clientelare per la politica. Le cronache ci hanno spesso  messo di fronte al panorama squallido e indecente di corsi  “fantasma” oppure di  cicli formativi concepiti  su improbabili materie di studio, il tutto per favorire i formatori piuttosto che preparare i giovani alla vita lavorativa. Di formatori, ora se ne contano ben 25 mila. Negare questa evidenza,  non ha senso. Non ha senso, neppure, gettare alle ortiche anche quel che di buono c’è stato. Conosciamo istituti professionali  che hanno dato buona prova e hanno agevolato con percentuali ragguardevoli l’inserimento lavorativo degli studenti, una volta che questi hanno  terminato gli studi. Ne esistono un po’ dappertutto. Più al Nord che al Sud. Come pure ci sono alcune scuole professionali salesiane che operano con grande cura e dedizione per contrastare il fenomeno dell’abbandono scolastico (in forte crescita), intervenendo sulle fasce sociali più deboli ed emarginate. Un’opera di grande valore, quella degli istituti religiosi. Che si inserisce positivamente in quel sottile circuito che separa la crescita civile degli adolescenti  dalla rischiosa dispersione  in ambiti di frantumazione di  ogni forma etica, morale, di  sana convivenza.

È un’azione che supplisce lo Stato, nel nome di quella sussidiarietà, spesso più decantata che praticata. Il pregio di queste scuole professionalizzanti è che adottano sistemi pratici: teoria sì, ma molto tempo impiegato nei laboratori. Per chi dovrà fare il falegname, azionare un tornio, far funzionare quadri elettrici, mettere a punto sistemi elettronici o muoversi agevolmente nel mare magnum delle nuove tecnologie, l’apprendimento  dell’uso degli strumenti  di lavoro vale più di qualunque altra cosa. È un bene prezioso che apre prospettive immediate. Nella  attuale drammatica condizione in cui si trova l’occupazione giovanile, non è un caso che gli iscritti ai corsi professionali  negli ultimi cinque anni siano più  che raddoppiati. Siamo passati dai 120 mila iscritti del 2007 agli oltre 241 mila del 2012. Un trend che ci fa registrare picchi simili alla Germania. Solo che, in Germania, la formazione professionale è diventata un “modello”, un pilastro per la crescita e il rilancio dell’economia. E come tale viene finanziata in maniera crescente. Da noi,  si fa il contrario. Più aumentano gli studenti, più  diminuiscono le risorse. Negli ultimi cinque anni, i contributi statali sono scesi dagli oltre 250 milioni a neanche 190. Così, molti corsi dovranno chiudere. Non pochi formatori andranno a casa. E migliaia di studenti rimarranno a girare i pollici.

Eppure, basterebbe chiedere agli imprenditori per capire quanto sia assurda una tale retromarcia. Se le imprese prediligono i corsi agli istituti professionali statali è perché li trovano molto più rispondenti alle loro esigenze. Li considerano più in contatto con il mondo del lavoro.  Sappiamo che con la riforma della scuola secondaria, anche gli istituti professionali hanno la possibilità  , tramite accordi con le Regioni, di favorire la qualifica triennale.  Tanto è bastato per indurre molte Regioni, soprattutto al Sud, a tagliare i finanziamenti o a cancellarli del tutto. Ma, di qui a vedere se le rose fioriranno ce ne corre. Intanto,  si manda al macero quel po’ di buono che si era riuscito a mettere in piedi. “Il punto debole dei corsi già negli anni passati era la povertà dei finanziamenti –  fa notare sul “Messaggero”, Dario Nicoli, docente di Sociologia economica del lavoro all’Università Cattolica di Brescia –  C’è stata una sottovalutazione da parte della politica, che ha preferito rilanciare di più gli istituti tecnici che l’istruzione professionale”. Secondo l’Isfol, un ragazzo su due trova lavoro entro tre mesi dalla conclusione del percorso triennale. È mai possibile che questi dati non servano a nulla? A capire che il nostro sistema industriale ne ha bisogno come il pane, e  occorre puntare decisamente su entrambi le formazioni, la tecnica e la professionale. Senza provocare dannosi conflitti  tra istituti per accaparrarsi i finanziamenti. Così facendo si manda in malora anche quel che funziona.