Renzi spara su D’Alema e Finocchiaro e non rinuncia alla comoda poltrona da sindaco

«L’Italia ha bisogno di una svolta radicale, voglio una rivoluzione capillare, bisogna che tutti cambino, anche l’establishment economico e finanziario che forse non ha colpe più gravi dei politici ma ha fatto perdere tempo e occasioni all’Italia»: lo dice Matteo Renzi in un’intervista al Corriere della Sera in cui lancia il proprio manifesto politico: «Chiederemo all’Europa di rivedere il limite del 3% ma prima dobbiamo fare le riforme rinviate per troppo tempo. Compresa quella del fisco: io avevo proposto un taglio al cuneo fiscale da 22 miliardi». «Tutto ciò che viene dalla dismissione del patrimonio pubblico – spiega Renzi – va a ridurre il debito. Tutto ciò che viene dal recupero dell’evasione va a ridurre la pressione fiscale. Lo Stato non può intervenire con la logica degli ultimi anni. E ogni riferimento alla Telecom dei capitani coraggiosi e all’Alitalia è puramente voluto. Non possiamo continuare con un modello dirigista, con lo Stato che decide e la Cassa depositi e prestiti che fa da tappa buchi». «Per questo – afferma quindi – mi candido alla guida del Pd. Per cambiarlo. Non per fare il grillo parlante di quello che fa oggi il governo, ma per costruire un partito nuovo».

Intanto, Renzi annuncia la ricandidatura a Firenze: «Farò il segretario del Pd e insieme il sindaco. Non voglio diventare un pezzo di burocrazia romana», e lancia duri attacchi a Massimo D’Alema: «Dice che logorerò Letta? L’intelligenza non gli ha risparmiato errori clamorosi», e Anna Finocchiaro: «Se si pensa di poter ulteriormente bloccare il Paese con un’operazione da prima Repubblica, senza statisti da prima Repubblica – spiega Renzi sul dibattito sulla legge elettorale in Senato -, allora sia chiaro che ci sarà il dissenso non solo mio ma della maggioranza dei senatori del Pd; come la Finocchiaro ha avuto modo di verificare in queste ore in modo riservato. Il Pd è vincolato dalle primarie. Decidono gli elettori che vanno al gazebo, non una senatrice che ha l’unico titolo di stare lì da trent’anni». «La storia del doppio incarico è ridicola – afferma poi Renzi sul ruolo di segretario del Pd e sindaco – . Il segretario di un partito ha quasi sempre un altro incarico. Bersani era segretario e parlamentare, Epifani è segretario, parlamentare e presidente di commissione».