Premio Sakharov per la pakistana Malala. I talebani: «La uccideremo»

Per i talebani, Malala Yousafzai «non ha fatto nulla per meritarlo». E anche oggi che il Parlamento Europeo le ha assegnato il Premio Sakharov, chiusi nel loro fanatismo fondato sull’ignoranza e costruito con la forza del piombo, sono tornati a ripetere le loro minacce di morte contro la giovane pachistana che li ha sfidati da quando aveva 11 anni per difendere il suo diritto allo studio. Già allora che era una bambina l’avevano minacciata. E lei non si è arresa. Le hanno sparato in testa, il 9 ottobre 2012. Malala non solo è sopravvissuta, ma ha dimostrato quanto è vero che «libri e penne sono più forti delle pallottole» come disse a luglio alle Nazioni Unite. Oggi Strasburgo le ha assegnato all’unanimità e con un applauso lungo un minuto il prestigioso premio europeo per la libertà di pensiero e la lotta per i diritti umani. E domani da Oslo potrebbe arrivarle il Nobel per la Pace, per una “doppietta” unica nella storia. Anche Nelson Mandela e la birmana Aung San Suu Kyi (che il 22 ottobre sarà a Strasburgo per ritirare il premio, con 23 anni di ritardo) sono stati insigniti di Sakharov e Nobel, ma non nello stesso anno. Malala era in teorica corsa con Edward Snowden, l’ex agente della Nsa che ha rivelato i segreti dello spionaggio globale dando il via allo scandalo Datagate, e con tre dissidenti bielorussi, Ales Bialatski, Eduard Lobau e Mykola Statkevich che languono nelle carceri di Minsk. Ma non c’è stato dubbio, tra i capi di tutti i gruppi politici dell’Eurocamera per una volta uniti, euroscettici compresi. Il premio le sarà consegnato il 20 novembre, durante la plenaria. Sarà un giorno particolarmente importante per la ragazza che ha sfidato la morte per i suoi diritti di donna ma «anche un grande momento nella storia del parlamento» perché, ha detto Schulz, aver scelto all’unanimità Malala dimostra «a tutte le donne e gli uomini che nel mondo lottano per i propri diritti che hanno un alleato al loro fianco: il parlamento europeo. Aveva 11 anni, quando le hanno detto “ti uccidiamo” perché voleva andare a scuola» ma non si è arresa, ha ricordato Schulz chiedendo all’aula: «Ma quanto coraggio ci vuole?». Dopo il discorso alle Nazioni Unite un’ala dei talebani chiese scusa per quel vigliacco attentato del 9 ottobre 2012 a Mingora, nella valle dello Swat santuario dei fondamentalisti. Ma oggi il portavoce del Ttp, Shahidullah Sahid, è tornato all’attacco: «Cercheremo ancora di uccidere Malala, magari anche in America o nel Regno Unito», ha minacciato, sostenendo la tesi che «i nemici dell’Islam la stanno premiando perché ha abbandonato l’Islam e si è secolarizzata». Ora che vive a Birmingham, Malala spera di poter tornare un giorno a casa: «Sono sopravvissuta per una ragione, utilizzare la mia vita per aiutare la gente», ha detto. E continua a lottare per il diritto allo studio per tutti, pietra angolare della libertà. Come dimostrano quei milioni di bambine che ogni giorno sciamano ridendo fuori dalle scuole nell’ Afghanistan e nel Pakistan liberato dai talebani.