Pdl, Sallusti parla di “traditori” e Cicchitto s’infuria. Berlusconi: «Sul voto palese la sinistra ha fatto autogol»

Il giorno dopo lo schiaffo del voto segreto, che rischia di trasformarsi in un boomerang per il Pd in salsa grillina, si aprono le grandi manovre in vista di un possibile stacco della spina del governo da parte di  Berlusconi. Che oggi è tornato a ruggire, convinto che «la sinistra abbia fatto autogol, ma partita è ben lontana dal fischio finale perché la sentenza che mi ha condannato è fondata su delle falsità e sarà ribaltata molto presto», come confida a Bruno Vespa per il libro Sale, zucchero e caffè in uscita il 7 novembre. Nel borsino impazzito della politica crescono le quotazioni del partito trasversale del voto anticipato ma c’è chi tra le file dei governativi del Pdl frena: battaglia in Aula fino all’ultimo contro il golpe della giunta del Senato, dicono in sostanza i ministri, ma nessun passo falso verso una crisi di governo al buio.Una posizione che il Giornale di oggi bolla come un tradimento alle spalle del Cavaliere sotto la regia di Quagliariello, Sacconi, Cicchitto, Formigoni, Giovanardi che – scrive Sallusti – «non lo hanno mai amato, sopportato sì, usato alla grande ma solo e sempre per per interesse personale». Insomma, novelli Scillipoti, che un minuto dopo il sì allo scrutinio segreto sulla decadenza, si sarebbero precipitati a infierire. Ora – si augura il direttore del Giornale – Alfano deve scegliere se fare il capo di una mini-congiura o il custode «orgoglioso di una storia che è anche la sua». La black list dei futuri Giuda fa infuriare Fabrizio Cicchitto che non è nuovo a duelli infuocati con Sallusti, come quello all’arma bianca andato in onda a Ballarò alla vigilia del voto di fiducia a Letta.  «Sul Giornale è comparsa la lista dei traditori. Non passa neanche per l’anticamera del cervello a chi l’ha stilata che si tratta di persone che da molti anni militano nel centrodestra e che in questa occasione hanno un “diverso parere” sulla linea politica». Malgrado la damnatio del Giornale, Cicchitto ribadisce che «non bisogna cadere in queste provocazioni e mantenere fermo l’appoggio al governo».  Anche Gaetano Quagliariello mette in guardia i colleghi di partito smaniosi di rompere le larghe intese: «Se il governo dovesse cadere – avverte il ministro intervistato dal Corriere – non si va sicuri al voto perché a questa strana maggioranza che abbiamo potrebbe subentrare, sia pure per poco tempo, una maggioranza stranissima». A quanti  premono «perché venga giù tutto» Quagliariello dice valutare bene ciò che è accaduto a Palazzo Madama,  dove, tecnicamente, si sono determinati due schieramenti: da una parte Pd, M5S, Sel e Monti; dall’altra Pdl, Lega, Udc e un pezzo di Scelta civica.

La “conta” di Quagliariello su una possibile maggioranza alternativa non è piaciuta a Sandro Bondi che invita gli «amici Angelino Alfano e Renato Schifani» a uscire a sfilarsi. Ma come si fa, insistono i “lealisti” a restare seduti in Consiglio dei ministri fianco a fianco con chi sta pugnalando il Cavaliere? Anche per un mite pontiere come Paolo Romano «fallite tutte le mediazioni, non si può più scindere questa battaglia per la sopravvivenza del leader del centrodestra con la questione della permanenza al governo». Fautore dell’unità del Pdl – insieme a Tajani, Matteoli, Gasparri –  adess, dice,  «non posso che riconoscermi nella battaglia di Berlusconi per respingere il tentativo di decapitarlo politicamente». Che tradotto significa che se il Pdl decidesse di uscire dall’esecutivo, presumibilmente prima del Consiglio nazionale del Pdl dell’8 dicembre, chi non lo facesse si troverebbe automaticamente fuori dalla porta. «Non c’è più motivo di stare in questo governo. Il Pd vuole portare lo scalpo di Berlusconi prima che lo consegnino i magistrati, e il voto contra personam di ieri è una vergogna», rincara la dose la barricadera Santanchè che va giù duro con i compagni di partito, «che tristezza, che ipocrisia quelli che ancora chiedono di sostenere Letta. Alfano dice che darà battaglia in Parlamento? Pensi a darla nel governo, dove abbiamo detto agli italiani che avremmo tolto l’Imu e invece gli abbiamo solo cambiato nome».