Ora Saviano vuole espatriare: «Mi sentirò libero solo all’estero, sotto falso nome»

«Immagino che la mia vita possa essere libera solo all’estero, in Paesi che possano darmi un’altra identità, così che possa permettermi una vita nuova che comincia da zero». L’annuncio a sorpresa di Roberto Saviano arriva durante la deposizione come persona offesa al processo per le minacce subite dal clan dei casalesi. Rispondendo alle domande del pm Antonello Ardituro e del suo legale, avvocato Rosario Nobile, lo scrittore si è soffermato sulla sua vita sotto scorta: «Ho la sensazione di essere un reduce dopo una battaglia. Vivevo a Napoli e immaginavo la possibilità di una carriera universitaria. I rapporti con i miei familiari sono diventati complicati. Il progressivo aumento della scorta rende difficilissima la vita quotidiana. Non esistono passeggiate, nessuna forma di vita normale, non posso prendere il treno né la metropolitana o scegliere un ristorante senza concordarlo con la scorta». Per consentire al giornalista di deporre in tutta sicurezza al processo per le minacce subite dal clan dei casalesi, gli artificieri di carabinieri e polizia hanno provveduto a controllare sia l’aula 115, nella quale si svolgeva l’udienza, sia il tragitto compiuto dal teste per raggiungerla. I boss imputati Antonio Iovine e Francesco Bidognetti hanno assistito all’udienza in videoconferenza.

Nel corso della sua deposizione a Napoli, l’autore reso celebre da Gomorra ha ripercorso gli avvenimenti di cui è stato protagonista a partire dal settembre 2006, quando fu invitato a Casal di Principe per intervenire a parlare di camorra agli studenti in occasione dell’apertura dell’anno scolastico: «In paese si percepiva un clima di tensione». Saviano ha ricordato che dal palco rivolse l’appello a cacciare i boss Zagaria, Schiavone e Iovine, colpevoli di saccheggiare il territorio. «Mi accorsi della presenza di Carmine Schiavone, figlio di Sandokan: la piazza smise di guardare me è cominciò a guardare lui. Di lì a poco sarei dovuto andare a prendere il treno per Napoli ma la scorta dell’allora presidente della Camera Fausto Bertinotti decise di accompagnarmi: “Questo ragazzo non va via da solo”». Tra le minacce ricevute in quei tempi, Saviano ha menzionato un volantino lasciato nella cassetta delle lettere della madre in cui accanto alla sua foto compariva una pistola con la scritta ”Condannato”. L’anno successivo lo scrittore tornò a Casal di Principe sempre in occasione dell’inizio dell’anno scolastico: «I negozi abbassavano le saracinesche, le finestre delle case erano chiuse: una parte della città mi percepiva ostile. Nicola Schiavone, il padre di Sandokan, ripreso anche dalle televisioni, mi disse Buffone, a Casale ci sono gli uomini, non gente come te. Fai bene il tuo lavoro, non il pagliaccio».