“Operazione San Gennaro”, a Roma il tesoro del Patrono di Napoli: c’è anche la Mitra con 4mila gemme

29 Ott 2013 17:27 - di Redazione

La Mitra con 3.964 gemme preziose, tra diamanti, rubini e smeraldi, commissionata da re Carlo II d’Angiò al maestro Matteo Treglia per i festeggiamenti dell’aprile 1713, esattamente tre secoli fa. La collana, che dal 1679 fino al 1993 ha continuato ad arricchirsi dei doni dei sovrani d’Europa, dalla croce in diamanti e zaffiri di Maria Carolina d’Austria all’anello che Maria Josè, moglie di Umberto di Savoia si sfilò dal dito, passando per Carlo di Borbone, Maria Amalia di Sassonia e persino Napoleone, che per una volta non depredò ma donò. E poi il maestoso San Michele Arcangelo che sguaina la spada. L’esercito di santi in argento che avrebbero dovuto ”coadiuvare” l’aiuto di San Gennaro. Fino all’atto notarile del 13 gennaio 1527 con cui l’intera città s’impegnava a costruire una nuova cappella in onore del santo protettore che l’aveva salvata dalla peste, dalla guerra e dal Vesuvio. Sono i 70 pezzi unici de “Il tesoro di Napoli – I capolavori del Museo di San Gennaro”, che per la prima volta escono dalle porte della città per mostrarsi al Museo Fondazione Roma a Palazzo Sciarra, da domani al 16 febbraio. Uno spostamento effettuato con imponenti mezzi di sicurezza, visto che non a caso il tesoro del Patrono ispirò, qualche anno fa, un film di Dino Eisi, con Nino Manfredi e Totò, proprio sul tentato furto dei gioielli del Santo.

L’esposizione, curata da Paolo Jorio e Ciro Paolillo, che racconta una delle collezioni di arte orafa più ricche e importanti al mondo, formatasi attraverso 700 anni di donazioni di papi, imperatori, re, ma anche di ex voto popolari, il cui valore storico supera quello dei Gioielli della Corona d’Inghilterra e dello Zar di Russia e che fino a oggi era in gran parte inaccessibile al pubblico. «Ho voluto questa mostra – sottolinea il presidente della Fondazione Roma Emmanuele Emanuele – perché la bellezza deve essere fruibile a tutti. In un paese in cui non c’è più nulla, dall’agricoltura all’industria, ci rimangono solo il territorio e il patrimonio d’arte. Invece sembra si lavori per occultare la bellezza, nelle biblioteche chiuse come nelle stanze private di assessorati e sovrintendenze. Dalla Sicilia volevo portare a Roma anche il Satiro danzante, la Venere Morgantina e i quadri di Antonello da Messina, invece mi hanno detto no» allora che il tesoro di San Gennaro, in tutto 21.610 pezzi a ”corredo del vero tesoro che è il sangue del Santo”, spiegano i curatori, di proprietà ”né dello Stato, né della Chiesa, ma del Popolo della città, rappresentato dalla Deputazione della Real Cappella”, al termine della mostra non tornerà nei caveau delle banche, ma sarà esposto nella cattedrale grazie a speciali teche donate della Fondazione Roma. Intanto la mostra, in cinque sezioni, racconterà sette secoli d’arte orafa partenopea e almeno altrettanti di una devozione che ancora oggi conta 25 milioni di fedeli nel mondo, partendo dalla copia del busto di San Gennaro del 1305 fino al Reliquiario con le sacre ampolle per il sangue. Tra i tesori, anche la Croce in argento e coralli del 1707 donata della famiglia Spera; il calice in oro, rubini, smeraldi, brillanti dell’orafo di corte Michele Lofrano, commissionato da Ferdinando di Borbone nel 1761; l’ostensorio di Gioacchino Murat e la pisside offerta da Re Ferdinando II; il calice in oro zecchino, con cui Papa Pio IX nel 1849 ringraziò i napoletani per l’asilo durante i moti mazziniani a Roma; e i due Splendori, candelieri in argento di oltre tre metri e mezzo d’altezza donati da Carlo III di Borbone.

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