Obama non cede: la riforma sanitaria non si tocca. E incontra i capi di Wall street

La prima conseguenza del mancato accordo al Congresso Usa sul budget è stato che la Casa Bianca – dopo aver annullato il viaggio di Barack Obama in Malesia e nelle Filippine a causa della critica situazione dovuta allo shutdown e all’incertezza sul fronte dell’innalzamento del tetto debito – sta valutando se confermare o meno le altre due tappe del viaggio del presidente Usa in Asia.

La missione di Obama nel continente asiatico sarebbe dovuta partire sabato prossimo e durare una settimana. In queste ore il presidente sta incontrando  gli amministratori delegati di Wall Street per discutere sullo shutdown e sull’aumento del tetto del debito, con gli Stati Uniti che si troveranno 30 miliardi di dollari in cassa il 17 ottobre prossimo e rischiano il default. All’incontro ci sono l’amministratore delegato di JPMorgan Jamie Dimon, il numero uno di Goldman Sachs Lloyd Blankfein, e gli amministratori delegati ci Citigroup e Bank of America, Michael Corbat e Brian Moynihan.

Insomma, l’attesa ora X è scattata. È la paralisi per il governo federale americano, che ora non è più in grado di far fronte a buona parte dei pagamenti della pubblica amministrazione, costretto a chiudere innanzitutto i servizi definiti “non essenziali”: dai musei ai parchi nazionali, a gran parte delle attività delle agenzie federali, incluso la Nasa. È il frutto di un’insanabile frattura politica tra repubblicani e democratici, che ha impedito al Congresso di varare la nuova legge di bilancio. E che ora rischia di mettere sul lastrico 800.000 lavoratori statali insieme alle loro famiglie. Barack Obama si è veramente arrabbiato: tanto per cominciare, è stato confermato che il presidente porrà il veto su ogni provvedimento della Camera dei rappresentanti teso ad assicurare fondi ad alcuni settori colpiti dalla “chiusura” del governo federale. La proposta era stata avanzata alcune ore fa dai leader repubblicani alla Camera. Parlando agli americani in tv per la seconda volta in poche ore, Obama ha indicato nei repubblicani i responsabili di questa sciagura nazionale, definendo il loro comportamento irresponsabile e ingiusto, nonché dannoso per la ripresa economica, non solo degli Stati Uniti. Ma non è nulla al confronto di quello che potrebbe succedere se alla prossima scadenza cruciale, quella sull’innalzamento del tetto del debito, il Congresso fallisse di nuovo nel compito di trovare un accordo: in quel caso – mette in guardia Obama – «un default dello Stato vorrebbe dire chiudere, spegnere l’economia americana». Le parole del presidente contro chi ha impedito l’intesa sul budget sono durissime: siamo – dice – di fronte a una crociata ideologica di una fazione dei repubblicani in Congresso che, in nome di una rivincita per aver perso le elezioni presidenziali, «nega i diritti e i servizi a milioni di americani. Basta fermare l’azione del governo attraverso le crisi». Il presidente si dice quindi pronto a riprendere le fila del dialogo, ma ribadisce che non cederà ad alcun ricatto, il che vuol dire che la riforma sanitaria non è sul tavolo del negoziato. Perché secondo il capo della Casa Bianca è stata ancora la cosiddetta Obamacare a far naufragare i tentativi in extremis di evitare lo shutdown: due testi approvati dalla Camera (a maggioranza repubblicana) sono stati bocciati dal Senato (a maggioranza democratica) perché prevedevano di rimettere le mani sull’Affordable Care Act, entrato in vigore proprio oggi. Obama difende la sua riforma che rappresenta finora il fiore all’occhiello della sua presidenza. Una riforma – conferma – che non solo «permetterà a gran parte degli americani di avere una copertura sanitaria con 100 dollari o meno al mese, ma che affronta il problema del deficit nel lungo termine, rafforzando l’economia». Ora la palla passa di nuovo al Congresso. È lì che va trovata una soluzione. Tuttavia il presidente ha già firmato una legge per assicurare che le forze armate e i dipendenti civili del Pentagono e del Dipartimento alla Difesa continuino ad essere pagati. Anche se i loro stipendi arriveranno in ritardo.