Nel Pd aumentano i mal di pancia. E il governo Letta rischia la peritonite

Il tema della riduzione della spesa pubblica è alimentato da una «valanga di propaganda» che proviene anche dalla «sinistra subalterna al neoliberismo». Chi è ad esprimersi in questi termini?Forse un leader della sinistra antagonista, ancora più a sinistra di Sel? No, si tratta di Stefano Fassina, esponente in vista del Pd nonché autorevole membro  del governo Letta, ricoprendo la carica (e scusate se è poco) di viceministro dell’Economia e delle Finanze. In un articolo pubblicato sull’Huffington Post, il giovane turco contesta alla radice la filosofia economica bipartisan che ispira le larghe intese: quella appunto che considera la riduzione della spesa pubblica la precondizione necessaria per qualsiasi politica di incentivo alla crescita.  Il sito diretto da Lucia Annunziata riferisce anche l’indiscrezione che Fassina sarebbe in procinto di dimettersi da viceministro. Non sappiamo se poi tale annunciato  strappo dal governo si verificherà effettivamente. Ma non è questo il punto. Il punto politico è che il governo delle larghe intese sta subendo, ad appena due settimane dal voto di fiducia, un peoccupante processo di logoramento. E la sortita di Fassina ne è l’ulteriore conferma.

I motivi sono diversi. Il primo e più evidente è che l’equilibrio interno ai maggiori partiti, invece di rafforzarsi, si è fatto più instabile. Se all’interno del Pdl abbiamo assistito all’organizzazione di una robusta componente intorno a Raffaele Fitto, ben più ampi e potenzialmente destabilizzanti (per il governo) sono  i sommovimenti in atto all’interno del Pd, dove cresce la fronda dei malpancisti. Si dice probabilmente una banalità se si rileva  che Matteo Renzi morde il freno e che, nonostante il pranzo–tregua con Letta svoltosi il giorno del voto di fiducia, l’aspirante leader del Pd abbia voglia di andare al più presto al voto: varie indiscrizioni gli attribuiscono l’intento delle elezioni anticipate nel  marzo prossimo. La politica intesa come prioritario vocazione  dei partiti alla contesa interna e alla schermaglia continua con gli alleati-avversari, non pare insomma  minimamente in  declino, a dispetto dei reiterati appelli alla “responsabilità”,  al “bene comune” e ai “valori condivisi”. Il problema è, come rileva  Antonio Polito sul  Corriere della Sera,   che una  “politica” siffatta non produce “politiche” adeguate, come si è ampiamente visto con le accuse di minimalismo e di scarso coraggio rivolte alla legge di stabilità. Il concetto di “larghe intese” ne risulta profondamente distorto, o quantomeno fortemente ridotto di significato. Le “grandi coalizioni” dovrebbero proprio servire  a varare “grandi politiche” , quelle stesse che i partiti non hanno la forza di imporre, non disponendo, da soli, dell’ampio consenso che sarebbe necessario. Ma così purtroppo non accade. La “grande coalizione”, come viene  concepita in Italia, serve solo a stabilire una tregua sempre precaria. E il caso di un viceministro che non condivide le linee generali della politica del governo non è che l’ultimo paradosso scaturito da un paradosso più grande.