Napolitano fa il pompiere sulla legge di stablità, ma l’incendio sta già divampando

Il presidente Napolitano è andato ancora una volta in soccorso del governo. Parlando ai giovani di Confindustria, riuniti a Napoli, il capo dello Stato ha difeso la legge di stabilità ricordando a chi invoca misure più incisive e coraggiose che il coraggio senza ragione rasenta l’irresponsabilità mentre ai nemici del rigore ha fatto presente che l’Italia ha appena superato la procedura di rientro dal deficit e che non è davvero il caso di rientrarvi.
Non è la prima volta che il Colle interviene a protezione del governo. Né sarà l’ultimo. Nel caso di specie, tuttavia, cioè alla vigilia di un momento topico qual è certamente l’assalto parlamentare alla borsa del governo, è fin troppo evidente che Napolitano abbia volutamente investito il merito della questione nella speranza di mettere in sicurezza l’esecutivo. È fin troppo consapevole, il presidente, che, a dispetto della recente consacrazione di Obama, qui, a casa sua, Letta rischia seriamente di finire travolto dal disegno ormai comune a tutti i partner della maggioranza di scaricare sulla legge di stabilità le proprie tensioni interne.
Il capo dello Stato osserva con crescente preoccupazione lo smottamento in una Scelta Civica ormai orfana di Mario Monti e pronta a riciclarsi in quella dinamica bipolare che essa stessa ha cercato di negare. Così come non gli è sfuggita la rapida sponda offerta da Epifani ad un Fassina in cerca di autore e che sceglie proprio il passaggio della legge di bilancio per richiamare l’attenzione sulla sua condizione di viceministro non consultato. E per ultimo ma non da ultimo, non è certo rassicurato dal redde rationem in atto nel Pdl, che sembra aver trovato il baricentro politico dello scontro fratricida nell’atteggiamento da tenere verso il governo.
Insomma, di carne sul fuoco c’è n’é davvero tanta. Troppa, forse, per non lanciare segnali di fumo. Napolitano li ha scorti ed è corso a spegnere l’incendio prima che divampasse.
La vera novità sta nel fatto che il ruolo di pompiere comincia destare mugugni a destra e a manca e che anche lui comincia a mettere nel conto che il traguardo della presenza italiana del semestre europeo previsto per la seconda metà del 2014 non appare più tanto scontato. Troppo possenti le spinte a far precipitare la situazione. Per motivi tra loro diversissimi, Renzi, Berlusconi e Grillo hanno bisogno di tornare alle urne e a tornarci con l’attuale Porcellum, il cui meccanismo di cooptazione risulta più che prezioso per blindare ulteriormente le rispettive leadership. Ad opporsi a tale deriva sono forze sempre più sparute e voci sempre più flebili. Politicamente, sono definibili di centro perché tendono a privilegiare la governabilità sulla qualità delle decisioni. Con loro e dietro di loro ci sono segmenti rilevanti dell’establishment e di Paese reale, terrorizzati dalla prospettiva di una lunga campagna elettorale con un esito fotocopia di quello del febbraio scorso.
Sono elementi di cui certamente la politica dovrebbe tener conto se solo le riuscisse di non avvitarsi fatalmente su se stessa. Ma è esattamente quel che sta capitando.