Ma quali “bravi ragazzi”: la violenza No-Tav ha un colore preciso e non è figlia di ignoti

Eccoli, i bravi ragazzi coccolati per anni dalla sinistra, che possono tutto in nome di un ipocrita concetto di democrazia e di un ancora più ipocrita concetto di libertà. Eccoli “marciare” su Roma, anche se l’espressione è infelice, perché nella realtà è stata una vera e propria “calata barbarica degli Unni”. Tutto come previsto: scontri con le forze dell’ordine, cassonetti bruciati, vetrine delle banche in frantumi, bombe carta, barricate, cariche, provocazioni, lanci di pietre, sequestri di spranghe, estintori e coltelli, sampietrini nascosti e pronti all’uso, manifestanti “pacifisti” finiti in manette, una città ostaggio dei violenti, le strade improvvisamente diventate un deserto, il ritorno della paura. Lo si sapeva, erano stati lanciati continui allarmi ma guai a vietare la manifestazione, sarebbe stata una scelta da regime dittatoriale, con gli opinionisti di sinistra che nei talk show televisivi a metterci in guardia contro il bavaglio, e magari sul banco degli imputati sarebbero saliti gli esponenti del centrodestra, legati all’intolleranza fascista. E allora ci siamo beccati l’ennesima giornata di violenza gratuita, armati di santa pazienza, irritati dal doppiopesismo del Pd. Ma nessuno ci venga a raccontare che quei manifestanti, col volto coperto e le mazze tra le mani, hanno agito perché esasperati dai cantieri dell’Alta velocità: loro, della Tav, non se ne fregano niente, è la scusa per alzare il livello della tensione, fare proseliti, provocare incidenti. E il passato dovrebbe essere da insegnamento perché in ogni stagione politica i bravi ragazzi hanno sempre trovato uno spunto qualsiasi per generare violenza. Una volta per tutte, però, basta con il buonismo e con i trucchi del linguaggio: la stampa “amica” li chiama black bloc, incappucciati, giovani vestiti di nero. No, si dica la verità: sono militanti dei centri sociali, anarchici, estremisti di sinistra, falce e martello sulle bandiere, cantano Bella Ciao e salutano col pugno chiuso. In una parola sono “compagni”. E stavolta il Pd non può limitarsi a dire che sono «compagni che sbagliano».