Ma non è che il Pdl sta appoggiando un governo di centrosinistra? A sua insaputa, è ovvio

Ma non è che il governo delle larghe intese si stia allargando a sinistra e restringendo a destra? L’impressione che si ha, dopo la fiducia, è che Palazzo Chigi sia diventato la dépendence di Largo del Nazareno. Da qui vengono fatti partire gli input politici, in particolare di carattere fiscale e sociale, per Letta; da qui – soprattutto – sembra che fuoriesca la manovra che tenta di creare quante più difficoltà possibili al centrodestra per metterlo sostanzialmente fuorigioco.

Se la sensazione è esatta – basta, da ultimo, a confermarla la vexata quaestio sull’Imu e la non sopita polemica sull’Iva, con la storia veramente bizzarra dell’emendamento prima respinto e poi accolto nelle Commissioni di merito alla Camera – non si può che concludere che il ricompattamento del governo e della maggioranza (se così si può dire) non ha avuto altro effetto che quello di spostare l’asse politico a sinistra, sotto la tutela del Pd.

Sarà la debolezza oggettiva nella quale versa il Pdl a determinare una situazione che definire imbarazzante è a dir poco eufemistica. Sarà l’appiattimento, dopo le note vicende, dei berlusconiani al governo sulle posizioni lettiane. Sarà che il Pd, sfruttando tutto questo e mettendoci del suo in termini di speculazione politica (fin troppo ovvia, del resto) è indubitabile che delle larghe intese, da qualche giorno a questa parte (ed il meglio deve ancora venire), si parla sempre di meno, mentre si afferma l’idea che il centrodestra è quasi l’ombra di se stesso, piegato sulle polemiche interne e per nulla determinato nell’affermare la sua presenza nell’azione di governo.

Non è un bel vedere, insomma, quel che accade. Se poi a corredo delle impressioni si scorrono i sondaggi di opinione, si ha chiara la visione di ciò che sta accadendo, vale a dire la regressione del Pdl a favore del Pd che soltanto una settimana fa, e nel pieno della polemica sulla condanna di Berlusconi, sopravanzava di Democratici di almeno tre o quattro punti.

L’autoflagellazione, dunque, non paga. Non pagano le guerre intestine. E la debolezza oggettiva nei confronti degli altri partner di governo fa percepire il Pdl come un partito in rotta, subalterno ad una linea che non si capisce bene e che qualcuno già definisce, riferendola all’ala ministerialista, come para-democristiana, aggiungendo previsioni piuttosto fosche se l’asse Letta-Alfano dovesse consolidarsi e sfociare, magari in un domani non tanto lontano, in una inedita aggregazione politica di segno centrista.

Tutte le eventualità sono comunque sul tappeto. Anche quella che il Pdl si dissolva: sarebbe la fine delle larghe intese e l’avvio di una sorta di un monocolore anomalo, nel senso che le cromatura sarebbero talmente sbiadite da non essere più rilevabili. Un governo “tecno-politico”, in qualche modo, in linea con quanto le oligarchie economico-finanziarie europee stanno cercando di imporre a tutta l’Unione. Ma questo  è un altro discorso.

Interessante, almeno al momento, è constatare come le difficoltà del Pdl abbiano messo la sordina a quelle del Pd. Può essere che Renzi, avvedendosi della “rottamazione silenziosa” a cui sta andando incontro a favore di Letta, per i sondaggi sugli scudi, rompa gli indugi e riprenda la manfrina di sempre. Ma non sarebbero in molti a seguirlo. Meglio, sembra di capire, che il Pdl si logori che il Pd acceleri sulla via della rottura. Insomma, sarebbe più produttivo prepararsi al 2015 piuttosto che rabberciare oggi un risultato poco soddisfacente. Le vere primarie per il Pd saranno le europee della prossima primavera. E l’antagonista, se non ci mette una pezza subito, rischia di essere talmente debole da fare un capitombolo dal quale potrebbe non rialzarsi più.