Ma l’unità del Pdl senza vera armonia politica è solo un feticcio

L’unità di un partito è come la stabilità di un governo: è utile solo se feconda, cioè se produce risultati. Altrimenti è un feticcio, un falso idolo, di fronte al quale ci si genuflette per convenienza e non per convinzione. È il caso del Pdl, che si è fermato ad un passo dalla scissione ma lontanissimo dalla pacificazione. Anzi, si può tranquillamente sostenere che più si moltiplicano gli appelli all’unità, più prende corpo il fantasma della sua frantumazione. Nelle scorse ore i “falchi”, che ora si autodefiniscono lealisti, hanno raccolto 100 adesioni fra i parlamentari. È la prova della loro forza, ma è anche la conferma della volontà di andare allo scontro. Schierate di fronte, le “colombe”, che hanno preferito restare tali nonostante gli artigli sfoderati in questi ultimi giorni, non possono arretrare di un millimetro senza veder evaporare le posizioni fin qui acquisite. In mezzo, c’è un Berlusconi ammaccato dai recenti avvenimenti, ossessionato dal dossier sulla decadenza dal Senato e da un calendario zeppo di scadenze giudiziarie e tuttavia deciso ad utilizzare tutta la forza e tutto il carisma che detiene per tenere unito quel che appare irreversibilmente destinato a dividersi. Ci riuscirà? È un combattente eccezionale e, soprattutto, è uno specialista nel fregare l’astrologo, ma stavolta è difficile anche per un leone del suo calibro.
In realtà, tutto appare maledettamente tardivo. Tardiva la resipiscenza sul voto di fiducia al governo, da tutti decifrato più come un disperato tentativo di impedire la conta interna che l’estremo atto di responsabilità a tutela della compattezza dei gruppi parlamentari; tardiva la scoperta dei veri numeri dei dissidenti, camuffati anche dai facili unanimismi ottenuti a colpi di comunicati stampa da più di un coordinatore regionale; tardiva, infine, la disponibilità del sovrano a concedere la costituzione ossia a trasformare il Pdl da organizzazione carismatica in partito presidenzialista.
In un contesto arroventato come quello pidiellino, ogni discorso teso all’unità somiglia perciò ad un seme lanciato nel deserto. Nell’interesse complessivo del centrodestra è meglio assecondare le dinamiche separatiste in atto e lasciare che si ricompongano in nuove sintesi affinità tra di loro più compatibili. A ben guardare, il dramma vero dello schieramento berlusconiano non sta nella sua probabile divaricazione ma nell’impalpabilità delle questioni ad essa sottese. Non esiste un epicentro politico della crisi. Non una scelta del governo, non un aspetto del programma del partito, non tesi congressuale ma solo ed esclusivamente questioni legate ad organigrammi, a rendite di posizione, in una parola al potere interno. Che non è cosa da poco, intendiamoci, ma non è certamente merce da spacciare all’ingrosso. Diatribe intestine di tale caratura sono destinate a restare confinate nel recinto sorvegliato dagli addetti ai… livori. Non ci fosse Berlusconi per lo mezzo, l’attuale disputa risulterebbe più noiosa della tiritera sulle regole congressuali in casa Epifani.
Ci permettiamo, perciò, di dare un consiglio non richiesto al Cavaliere: faccia come uno zio saggio attorniato da nipoti litigiosi ed interessati. Decida “da vivo” a chi va cosa della sua cospicua eredità politica. Li pacifichi separandoli e dando a ciascuno quel che merita. Diversamente, la spenneranno tutti insieme tra strepiti, rumore di piatti rotti e tante maledizioni allo zio buonanima.