L’Ungheria scende in piazza accanto a Orban per ricordare la sanguinosa repressione sovietica del 1956

Migliaia di ungheresi sono scesi in piazza oggi, nell’anniversario dell’inizio della rivolta del 1956 contro i sovietici, in due manifestazioni contrapposte, una pro e una contro il premier Viktor Orban, accusato dall’opposizione di voler istituire un regime antidemocratico. A sei mesi dalle prossime elezione legislative, in una “marcia di pace” almeno 200.000 si sono stretti intorno a Orban, che parlando sulla piazza degli Eroi, teatro del suo famoso discorso del 1989 in cui chiedeva l’uscita dall’Ungheria dell’armata sovietica, ha paragonato gli avversari di oggi ai comunisti, facendo appello all’orgoglio nazionale ungherese. I suoi oppositori invece si sono radunati sulle rive del Danubio davanti al politecnico, ma erano solo poche migliaia, per giunta divisi. Mentre la Ue e il Consiglio d’Europa continuano a criticare e censurare il governo Orban solo perché di centrodestra, la Fidesz, il partito di Orban, vola nei sondaggi. Tra le accuse che l’opposizione gli rivolge anche quella di aver realizzato una politica economica contro le banche e le multinazionali, azioni che in questo momento dovrebbero essere considerate positive per l’economia della nazione in cui sono applicate. Anche oggi, però, l’opposizione non trova la sintesi. Gli oratori di oggi – l’ex premier Ferenc Gyurcsany, Gordon Bajnai, e il leader socialista Attila Mesterhazy – si sono accusati l’uno l’altro per la mancata alleanza. La rivolta ungherese fu repressa nel sangue dai carri armati sovietici e da quelli di altri Paesi del Patto di Varsavia, di cui oggi i nostalgici del comunismo ungherese vorrebbero il ritorno. La repressione comunista in Ungheria causò circa tremila morti, e circa 250mila magiari abbandonarono per sempre la patria per fuggire in Occidente.