L’altra faccia dell’immigrazione: quella nelle mani delle organizzazioni criminali

Dopo la messinscena del bambino in prestito da parte di una ventunenne nigeriana a una coppia di connazionali che tentava l’immigrazione clandestina in Canada, durante il check-in allo scalo di Fiumicino del volo Toronto-Roma-Toronto – episodio conclusosi con l’arresto per favoreggiamento della mamma del piccolo e con il rinvio alla frontiera dei due clandestini – la cronaca di queste ore segnala altri illeciti tentativi di varcare illegalmente le frontiere. Così, nel tentativo di imbarcarsi per Londra sotto mentite spoglie, dal nuovo aeroporto di Comiso arriva il caso di una coppia di iraniani, E.M. e S.A, entrambi di 36 anni, con la figlia di 7 al seguito, bloccati all’imbarco dalla Polizia, che aveva ricevuto una segnalazione circa la possibilità di passeggeri in transito con passaporti falsi. La famiglia di immigrati è stata fermata la notte scorsa: l’uomo è stato condotto nel carcere di Ragusa, la moglie è agli arresti domiciliari in una comunità, insieme alla bambina. Dovranno rispondere di falsificazione e detenzione di documenti, uso di atti falsi, ricettazione e favoreggiamento personale. Una coppia recidiva, per sua stessa ammissione: quella di ieri, infatti, non era il primo tentativo di fuga dei due. Da quanto dichiarato da loro stessi, marito e moglie avevano sborsato circa 40 milioni di real (circa 1.200 euro) all’organizzazione che li aveva portati in Italia (a bordo di auto e camion) e che li aveva muniti di passaporti falsi o rubati. Ennesime incarnazioni – spesso vittime, altrettanto spesso potenziali complici – di organizzazioni criminali che, in cambio di salvacondotti e mezzi con cui varcare le frontiere, disloca pedine in avamposti strategici sulla scacchiera degli affari illeciti e della criminalità internazionale. Dall’est all’ovest del mondo. Dal nord al sud del Bel Paese, se è vero che, solo per rimanere nella cronaca delle ultime ore, ha patteggiato cinque mesi di reclusione e 30.000 euro di multa (pena sospesa) Redei Keleta, di 35 anni, il cittadino svizzero di origine eritree arrestato ieri mattina dai carabinieri alcuni chilometri sotto il colle del Gran San Bernardo. Alla guida della sua auto, a causa della strada innevata non era riuscito a far oltrepassare il confine elvetico al fratello e agli tre migranti che trasportava, tutti giunti dall’Eritrea e sbarcati nei giorni scorsi a Lampedusa. Tentativi estremi, che rappresentano l’altra faccia dell’immigrazione. Quella che non si palesa apertamente negli esodi di massa. Quella che non si trasforma, a pochi metri dalla chimera del sogno di una vita migliore, in una tragedia senza precedenti. Quella che non è motivata dall’autoesilio imposto dall’estrema ratio dell’asilo politico. Quella che non fugge alla guerra e alla disperazione. No, gli ultimi casi che la cronaca registra in merito alla spinosa questione dell’immigrazione clandestina – salita drammaticamente alla ribalta con la tragedia di Lampedusa e con il naufragio immediatamente successivo avvenuto a largo del canale di Sicilia – raccontano storie di truffa e di contraffazioni. Storie di singoli individui, di famiglie, pronte ad introdursi furtivamente nel nostro Paese, o in transito verso altre destinazioni: mete da conquistare con la frode e con l’illegalità. Vicende che non salgono agli onori della cronaca televisiva, su cui i media non indirizzano i riflettori e il buonismo di maniera non arriva a puntare il dito.