La scissione nel Pdl è inevitabile? Sembra di sì, ma la legge di stabilità è solo un pretesto

La scissione nel Pdl non è più soltanto un’ipotesi. E’ nei fatti. Quando sembrava che la ricomposizione fosse avvenuta con la rocambolesca scelta di non sfiduciare il governo, un attimo dopo lo spettro della scomposizione si è nuovamente manifestato con maggior forza, a dimostrazione che si è purtroppo radicata la convinzione che allo sfascio non c’è rimedio.

Del resto se un muro si alza giorno dopo giorno tra le due componenti del partito che ormai hanno visioni ed obiettivi completamente diversi, è inevitabile che si arrivi ad una conclusione traumatica della vicenda. Il muro, questa volta, è la legge di stabilità. Come possono convivere due posizioni radicalmente opposte in uno stesso “contenitore”? I governativi che plaudono alla manovra, ne rivendicano la bontà, se ne assumono la paternità, gioiscono per il mancato aumento delle tasse e per il relativo taglio alla sanità possono mai andare d’accordo con coloro, i cosiddetti “lealisti”, che, al contrario, della stessa legge dicono peste e corna e con Sandro Bondi denunciano fanno sapere che “di questa stabilità l’Italia può morire”.

Hanno ragione coloro che sostengono il provvedimento o quanti lo avversano senza riconoscergli nulla, neppure l’intenzione di avviare con essa se non il risanamento quantomeno un timido alleggerimento della pressione fiscale anche se sanno bene che di tutto si tratta meno che di norme che possano far crescere il Paese ed allontanare lo spettro della recessione?

Questo interrogativo è lo spartiacque tra le due inconciliabili tendenze. E siccome sullo sfondo resta la questione della decadenza di Berlusconi, è tutt’altro che fantasioso che i cosiddetti “falchi” piediellini puntino alla crisi per evitare la catastrofe politica, secondo loro, anticipando le elezioni  alle quali, sempre ragionando in termini teorici per ora, il Cavaliere potrebbe ripresentarsi (per la settima volta) prevenendo gli effetti del giudizio del Senato e quelli relativi all’interdizione dai pubblici uffici. Il tempo, si dice, lavora a favore di Berlusconi benché i più realisti sappiano bene che è difficilissimo che le loro speranze si realizzino.

Sia come sia, non c’è dubbio che tra chi vuole la fine traumatica della legislatura, motivandola “nobilmente”, e chi si batte per la sua prosecuzione non può esserci dialogo. E neppure una separazione consensuale.

E’ questa la prospettiva che spaventa di più gli uni e gli altri. Perché si porterebbe dietro strascichi difficilmente sanabili, gravati oltretutto da una “guerra” inevitabilmente   fratricida sul territorio che finirebbe per regalare alla sinistra su un piatto d’argento quella vittoria che ancora oggi, nonostante tutto, non sembra proprio alla sua portata.

Inutile negarlo: la decomposizione del centrodestra è il punto d’arrivo di una lunga stagione segnata dall’assenza di politica. I contendenti di oggi possono metterla come vogliono, ma la “spaccatura” era nell’ordine delle cose fin da quando le lotte intestine hanno superato il livello di guardia e l’elaborazione di una linea politico-culturale è sempre stata rimandata alle calende greche.

La legge di stabilità, insomma, è un pretesto. Quel che probabilmente accadrà non c’entra nulla con la crisi ed il poco o il tanto che il governo delle larghe intese sta facendo per arginarla.