Jonathan Franzen, il nemico reazionario contro l’apocalisse della modernità. Fb e Tw: le armi letali della comunicazione veloce

Interconnettersi: questo il nuovo mantra. È per il messaggio virtuale che sull’altare del tempo, in nome delle moderne divinità celebrate sul web con post su Facebook e tweet, sacrifichiamo necessità e modalità dell’elaborazione? Nello sconfinato dibattito su consumismo tecnologico e degenerazione morale della comunicazione veloce –che supera e archivia se stessa con un click – è intervenuto per ultimo Jonathan Franzen, nemico reazionario che, dalla trincea delle riflessione “lenta” e individuale, lancia strali di fuoco contro la piattaforma globale di Internet e i suoi avamposti: i social network. Intellettuale contemporaneo, apocalittico e solo parzialmente integrato, nel suo nuovo libro, The Kraus Project, (che in Italia uscirà in primavera), riprende la polemica sulla modernità. E come anticipato nei giorni scorsi da Il Foglio, Franzen rilegge il filosofo austriaco Karl Kraus, amalgamando citazioni dell’autore con convinzioni personali, e rilanciando la sua invincibile avversione per i social media e internet in generale. E forse, al di là della caccia all’untore di turno e di generalizzanti terrori apocalittici, non è del tutto criticabile il saggista e romanziere statunitense che, del resto, ha rilanciato sin dai suoi esordi editoriali il concetto di «fuga» di uno scrittore «in crisi dalla prigione dei suoi pensieri rabbiosi», partendo dalla scoperta personale che ha subito elevato al rango di conquista culturale: la solitudine.

Riappropriarsi di questa dimensione perduta, sostiene Franzen, nell’era del villaggio globale rappresentato dalla Rete, può diventare il solo antidoto alla cannibalizzazione dell’idea e dei tempi della riflessione su di essa; l’unica via di fuga perseguibile nel tentativo di salvare un’individualità annullata dalla massificazione del pensiero digitale, quotidianamente buttato velocemente in pasto a Facebook, Twitter, e a qualunque altro codice grammaticale informatico arrivi a tradurlo tecnologicamente. Promulgatore di un «sublime sdegno» dei tempi, e fustigatore degli abusati costumi internetici, Franzen si allinea idealmente all’elogio della lentezza proposto da Milan Kundera in un suo celebre testo, testo in cui lo scrittore ceco allertava sui rischi della nostra epoca, «ossessionata dal desiderio di dimenticare». Una chimera in nome della quale – secondo Kundera – la società moderna «si abbandona al demone della velocità; se accelera il passo è perché vuole farci capire che oramai non aspira più ad essere ricordata; che è stanca di se stessa, disgustata da se stessa; che vuole spegnere la tremula fiammella della memoria». Alludendo a un nesso pericoloso tra «lentezza e memoria», «velocità e oblio». L’esercito dei liberi pensatori, scrittori solitari, ha dunque cominciato a scenedere in campo contro i collaborazionisti della modernità che, tra le loro schiere, hanno subito arruolato Salman Rushdie. Il quale – come menzionato da Il Foglio – ha replicato twittando: «Caro Franzen: Margaret Atwood, Joyce Carol Oates, A.M. Homes, Nathan Englander, Gary Shteyngart e io stiamo bene con Twitter. Goditi la tua torre d’Avorio». E chissà che non sia l’ultimo baluardo possibile…