In Francia c’è il “sessualmente corretto” e gli intellettuali urlano: dateci le squillo

Egalité, fraternité e libertè…. di “frequentare” le lucciole. «Vogliamo essere liberi di andare con le prostitute»: questo l’appassionato appello promosso dallo scrittore francese Frederic Beigbeder che, insieme ad altri intellettuali, ha lanciato una petizione contro la proposta di legge socialista di sanzionare il sesso a pagamento. Così, tramontata l’era del politically correct, la vera partita si gioca sul tavolo del sessualmente corretto, o quanto meno, dell’eroticamente lecito: e subito cala la mannaia censoria e, visto che ci si trova, tributaria. Siamo nell’evoluta Francia, patria di infiniti cartelli libertari e dogmi sociali, dove trovano sponda in parlamento i diritti coniugali delle coppie omosessuali, e dove il seme del femminismo militante – che da tempo in altri paesi europei si è arreso a stagioni di gelido revisionismo critico o di secco scetticismo culturale – continua a germogliare incessantemente. Ora, l’ultima rivendicazione, che ha più della provocazione etica che della protesta anti-governativa, rimbalza dalle Aule dell’Assemblea nazionale ed entra in camera da letto, suscitando lo sdegno di associazioni femministe e mandando il governo, messo sotto accusa ormai all’ordine del giorno, su tutte le furie. E, provocazione nella provocazione, facendo esplicito riferimento al famoso manifesto delle 343 salopes (“puttane”) pubblicato dal Nouvel Observateur nel 1971 da un gruppo di donne che ammettevano di aver vissuto un aborto, il nutrito gruppo di intellettuali – libertini più che libertari – decidono di firmare l’appello come i 343 salauds (in italiano “maiali”). E se le 343 salopes reclamavano il diritto di disporre liberamente del proprio corpo, oggi i 343 salauds rivendicano la facoltà di disporre del corpo di altri.

Il manifesto sarà pubblicato la prossima settimana sul mensile Causeur, ma il testo è stato anticipato oggi dal quotidiano Liberation. «Contro il sessualmente corretto, vogliamo vivere da adulti», scrivono dunque i firmatari del disinibito appello che, tra l’altro, ribadiscono a chiare lettere di non avere nulla in comune con i «frustrati, perversi e psicopatici descritti dai militanti di una repressione mascherata in lotta femminista. Oggi la prostituzione – aggiungono – domani la pornografia, che cosa si vieterà ancora?». Insomma, no a sanzioni sul piacere, a divieti sessuali e a discriminazioni sociali, rivendicano tra un eccesso polemico e una recriminazione immorale i colti detrattori del comune senso del pudore, saliti sul pulpito anti-censorio a favore della libertà di scelta sessuale, che in Francia sembra procedere a corrente alternata: e se da un lato si arriva a normare giuridicamente e a istituzionalizzare eticamente il matrimonio omosessuale, dall’altro si censura moralmente e si sanziona pecunariamente con una multa di 1.500 euro (raddoppiata in caso di recidiva) l’andare a prostitute. Due scuole di pensiero e due fazioni a confronto, dunque. Da un lato, gli intellettuali firmatari dell’appello: oltre allo scrittore Beigbeder, noto per le sue provocazioni, anche giornalisti come Eric Zemmour e Ivan Rioufol, entrambi del gruppo Le Figaro, l’avvocato di Dominique Strauss-Kahn, Richard Malka, il drammaturgo Nicolas Bedos, e Basile de Koch, il marito di Frigide Barjot, leader del movimento anti matrimonio gay. Dall’altro, i sostenitori della proposta di legge presentata dalla deputata socialista Maud Olivier, su cui entro la fine di novembre l’Assemblea francese dovrà pronunciarsi: tra gli altri, anche la portavoce del governo francese, nonché ministra dei diritti delle Donne, Najat Vallaud-Belkacem, che più di molti colleghi e  compagni di cordata ha duramente condannato l’iniziativa. Nel mezzo, centinaia di prostitute scese in piazza appena alcuni giorni fa contro il disegno legislativo che, speculazioni socio-culturali a parte, rischiano di vedere entrare in crisi il mestiere più vecchio del mondo.